Archivio Sonetti
In balia dei venti
Nere tempeste gonfiano le vele
e ci troviamo naufraghi a cercare
riparo e nuova vita in terre aliene,
migranti dalla nascita del mondo.
Sogniamo terre azzurre come cieli,
per navigare al largo bianche nubi;
liberi da confini e da barriere,
per mettere radici e dare frutti.
A sera come sempre il sole scende,
ci ricorda che siamo ombre fugaci
nel ricco nord o in terre desolate;
ma dignità e diritti son di tutti,
pur se nasciamo dove non c’è pace:
pretenderemo ascolto o morte e pace
In sogno torna ancora il tuo sorriso
In sogno torna ancora il tuo sorriso
a ricordarmi quanto t’ho voluto
e sale sempre quel dolore muto
quando l’alba dissolve il tuo bel viso.
La lontananza e gli anni c’han diviso
storie diverse e amori abbiamo avuto
ci siamo consumati oltre il dovuto
per conquistarci un posto in Paradiso.
Ma adesso per il tempo che ci resta
dovremmo stare insieme finalmente
che siamo nati per appartenerci.
Non t’ho mai detto “Addio”, ma “Arrivederci”
torna nella mia vita dolcemente
che il cuore già t’aspetta per far festa.
Inchiavardato, il genio…
Inchiavardato, il genio si schiavarda
con improvvisi rèfoli, si azzuffa
coi propri astrusi visceri, rabbuffa
ogni sofismo all’umo di bernarda
e per quale disdegno untato o truffa
scomunica il suo credo e si bombarda
s’umilia si strabuzza s’infingarda
mentre crescon d’attorno funghi e muffa?
Frequenti più dell’erba d’ogni prato
smazzàti e decimàti, i cupi fiori
di zizzania aggrovigliano il dettato
e non c’è inciso bastevole a dirimere
il quo dal quia, l’assito dall’ussita,
il non senso dal senso che è la vita.
Genova, 21/1/2004-25/5/2008
Inconsistenze
Sorgeva dal fondo la processione
decorata di croce e gonfalone.
Svaniva nel nulla passato il santo.
Finiva anche della festa il rimpianto.
Sospeso rovente l’anticiclone
sulle vie quiescenti all’invasione
di sorci i cui squittii eran canto
che Tifone spense con uno schianto.
Gli invitati eleganti e il tuo vestito
bianco. E i corvi davanti al funerale
di tua madre, dietro: scuri parenti.
Volar di cicogne a Calendimaggio.
Dissolvenze, fugacità d’essenti
qual volante inconsistente piumaggio
Inconsueta ballata
E’ per te questa inconsueta ballata
una manciata di versi scritti a mano
per dirti quanto rilevante sia stata
la tua presenza nel mio quotidiano
Sono per te queste poche parole
semplici, immediate, dettate dal cuore
e il cielo ora cambia il suo colore
ma senza indugio ti spalanca le porte
E il tuo posto non potrebbe essere altrove
se non tra le stelle tremolanti e assorte
nel buio della sera che si fa corposo e piove
lacrime ticchettanti e silenziose
versate a lungo, fluide ma contorte
come lievi cascate di petali di rose.
Incontri in non luoghi
Il dio arriva dove è sempre stato
parte da dove non è mai arrivato
l’infinito si fa finito per incontrare
noi dove non siamo e dove saremo.
Non smetteremo mai di ri/andare
per dove poi giammai arriveremo
e in questo viaggio fermi resteremo
perché il Tutto vogliamo incontrare.
Ci scambiamo parole a vista inermi
per trovare quel niente metamorfosi
dove abitiamo con le convenzioni.
Non ha aneliti di trasformazione
dell’amato quel dïo nell’osmosi
ma immutabile aiuto all’infermo.
Incontro
Ho guardato nello specchio.
Il riflesso di una giovane donna,
già qualche ruga,
occhiaie e un paio di capelli bianchi.
Ho guardato nei suoi occhi.
C’era il verde dell’erba,
c’era un orizzonte lontano,
c’era tanta tristezza.
Ho letto il suo corpo.
Le forme da donna dentro una ballerina,
la curva della schiena dolorante,
la pancia al centro di tutto.
Ho guardato dentro al suo cuore.
Ci ho trovato uno scrigno chiuso a chiave,
dentro una bambina impaurita,
un fiore che teme di sbocciare.
Ho accarezzato la bambina,
l’ho presa per mano,
le ho detto “andrà tutto bene”,
mi ha sorriso.
Ho abbracciato la donna,
le ho mostrato la sua bellezza,
ho accolto le sue ombre,
le ho insegnato ad amarsi.
La donna è la bambina,
la bambina è la donna,
ma avevano bisogno di incontrarsi,
guardarsi, riconoscersi.
Adesso di tengono per mano,
danzano insieme,
l’una dentro l’altra.
E io le amo entrambe.
Infanti…cuore
Patendo de lo sdrucio
con Ciseri pittore,
indugi nel tambucio,
stagnandoti nel cuore.
Dei miseri più trucio
sarai verseggiatore,
sdegnato da Tanfucio,
miglior sonettatore.
Avrai perciò divieto
di veglie da lo sfondo,
dai metri non sinceri
Soltanto l’erto Neri
potrà montar rotondo,
rimando su Grosseto.
Inno a Venere
Discendi gli astri invocata
ombra dei remoti mari,
onda dei notturni martiri,
sei tu crudele sirena o dolce fata ?
Nel vergine oceano nascesti
e al viaggiatore alato apparisti,
ai navigli cullati, tuoi astri apparisti,
Sei tu che nei sogni in eterno giacesti ?
L’astro più caro, l’astro più chiaro,
la vela, la ciurma e il marinaio
sognava il tuo cuore sacro.
Invece tu, recavi danno
alcun raggio, alcun faro
il tuo rantolo, il mar si fece calmo.
Intanto fuori piove
Dal cielo grigio come spesso suole
gocce cadenzate quasi in armonia
vanno dritte come spine al cuore
ricordi tornano con buia nostalgia
Nero, senza nuvole, senza stelle
le rondini nascoste nella loggia
l’anima smarrita scura e ribelle
se l’arcobaleno colori non sfoggia!
Scruta la cappa plumbea di cemento
da cui non trapela forma, come muro
tetti, case e il fumo del camino scuro
non vede nulla, ode fischiare il vento!
Vede, li disegna, li tocca, li assapora,
la fantasia mette tutto al suo posto
e la forte speme, anelata, riaffiora,
il sole conforta tutti ad ogni costo!
Rivede anche quelli che non ci sono più
li ritrova accanto a se, come mai saliti su!
Io
Mamma mia quanto feriscono le parole. Tajano come lame e vanno a lede l’organi vitali, più in profondità de n’cortello affilato. Capita! Capita spesso de parlà n’preda alla rabbia, d’istinto, de parlà a sproposito e pentisse n’secondo dopo. N’particolare c’ho n’ricordo de tant’anni fa.
E ancora me ne pento. Ancora me brucia quer pentimento immediato ma comunque tardivo.
Ho offeso, ho ferito. Llo faccio ancora quarche vorta. So “brava” co lle parole, veloce nelle reazioni, dura nelle risposte. Poi me pento!Me pento e m’ arabbio co me stessa, ma difficirmente lo riconosco.Quindi, er proposito mio da oggi e pe sempre: sarò meno istintiva, più riflessiva ner risponne alle provocazioni,più attenta, più ragionevole, più paziente e tollerante.Voi, però, voi che me conoscete e me amate nonostante tutto, stateme vicini, nun obbligateme a fa ricorso ar
caratteraccio mio, a sta linguaccia che va ortre, prima de confrontasse cor cervello.Io vedo nero, ce lo sapete. Però posso migliorà. Sarò prudente ner dà giudizi e dorce ner contestà. Cambierò pe amore e pe dimostrà a me stessa che nun semo mai troppo grandi per cresce. E migliorà.
E, pe comincià, chiedo scusa all’ amore mio pe quella brutta, bruttissima reazione de quarche tempo fa. E pe tutte quelle che so venute dopo. Perdoname….. nun pensavo a quello che ho detto! E voi che sete più riflessivi de me spiegateme come se fa!
Io non dirò che è tramontato il sole
Io non dirò che è tramontato il sole
se il passero non pigola sul tetto,
se l’acqua s’inabissa nelle gole,
se una madre non stringe un bimbo in petto;
ma ti dirò che è tramontato il sole
quando la bocca sarà inaridita,
la mente inseguirà soltanto fole
e avrò perduto il gusto per la vita
Allora volerò senza paura,
mentre cala la sera sulla terra
e discende dall’alto l’ombra scura.
Forse verrà una luce nella serra
dell’orto mio, se più bella e pura
avrò la mente vera che non erra
Isola amena
Bacio di vento, gemma d’amore
Animo cogli in zagara chiara.
Vezzo di mare, porto d’albore
Scibile fulgi: agata in tiara.
Ciglio di sole e specchio del cuore
Arso Vulcano dà frutti di giara.
Bimba ridente con aura di fiore
Figli tu piangi in greti di sciara.
Plasma di casa e tempio liliale
Vene gremisci in ritmo pugnace.
Lustro di Donna e canto sensuale
Tua la beltà eterna e fugace
Terra di popoli, gloria badiale
Vita ci doni in riso vivace.
Istante
Mi manchi;
sono qui,
mi manchi lo stesso.
Ti sto abbracciando;
non mi basta.
Dai, ti stringo più forte,
sì; ma non mi sazia.
E se ti bacio?
Uno, da solo, non fa amore.
Allora, cos’altro vuoi?
Ogni istante di te.
L’elemento determinante
Il cuore, pur se con amore rima
non sempre però batte per piacere.
La rabbia invece è grande certe sere.
Prima che la tachicardia ci opprima:
conviene ritrovarci a discussione,
chiarire con pazienza, certe cose
che incrinano di brutto questa unione.
A ripararla né orchidee né rose
nemmeno luna, né stelle, né mare
né altre smancerie inutilmente.
occorre qualche cosa di speciale.
Forse esiste, sostanza non banale
che dalle parti, usata similmente,
riesca la bilancia a livellare:
in equilibrio con poco difetto,
semplice a dirsi, ma complicato a fare.
Un elemento che ha nome:rispetto.
L’onesto furioso
A stento il favellar si fece muto
tra orde di ostinati imprenditori
forieri di guadagni e malumori
di gruppo per fortuna assai sparuto.
Incauto sono stato al lor richiamo
nell’intascar la gonfia bustarella
che per timore d’abitar la buia cella
scappai quando vidi il pesce all’amo.
Lontano dall’esser disonesto
mi rivolsi alla casa dei gendarmi
e raccontar la forma di quel gesto.
Fiero d’aver fatto cosa giusta…
mi ritrovai su strisce con la multa
senza medaglia in petto e senza busta.
L’ovvietà della morte
Come posso vegliare sulla morte
annusare il suo odore nella notte
viaggiare per cercare le sue rotte
e lasciarla fuori da tutte le porte?
Vivrò nel deserto in solitudine
sarò eremita di Dio e di me stesso
è un grande sacrificio lo confesso
non varcherà la mia rettitudine
La solitudine non è un guerriero
è sorella della Nera Signora
non è la fuga un perfetto sentiero
In fondo la vita è un notturno fiore
un Kadupul di rara fioritura
mentre la morte ha un banale afrore
L’uno suggente
Un’Africa che tende all’Asia assente,
interi continenti scompigliati,
vivi color, da clima incandescente,
l’Antartide coi suoi ghiacciai malati!
L’intera umanità non è presente
e secoli di Storia già annullati!
L’Antropocene è l’epoca vincente
e gli atti umani ormai dimenticati!
Solo quell’Uno, in atto di annoiato,
succhi sugge vitali, senza gioia!
Quella cannuccia, ad angolo piegata,
tra la Namibia e il Ciad cerca il suo iato.
Pianeta Terra, il Nulla già ti ingoia:
e all’Uomo resta, amara …… un’aranciata!