Archivio Sonetti

‘R pappavero

Ovvero omaggio a De Andrè
“Non è la rosa,non è il tulipano,ma sono mille papaveri rossi.”…

‘Un è ‘n fiore di nobil lignaggio,
‘un è lla rosa,nè ‘r tulipano;
macchia di rosso ‘e ‘ampi der grano
tutta ll’estate-a rifassi da Maggio.

Guardalo bene,ner fosso,sur poggio,
coglilo, tienilo drent’alla mano;
ha ‘r color der sangue,sangue-umano,
è ‘n segno di morte e coraggio,

der sangue versato-in tante battaglie
da giovin sordati a più non posso.
Tempo di giugno1-‘e ri’ordi raccoglie:

mett’ar petto ‘n pappavero rosso,
sentirai grida da facce vermiglie,
che metteranno ‘e brividi  addosso.

(senza) Il mio gatto

Gli alberi spogli alla finestra
nelle serate fredde e ventose
mutano in profumi di ginestra,
gli struscichii in morbide rose.

Fusa e miagolii d’orchestra,
lambiti  e lusinghe copiose
e ricordi che la tristezza mostra
di lacrime ancora speranzose.

La morte ruba anche i germogli,
in questa sera di tristi stelle
e di pianti scritti sui fogli.

Ciò che semini sempre raccogli!
Le colpe sono pece sulla pelle,
brucia anche quando  la  togli.

 

A volo d’uccello

Come fusse ‘na stampa der Fambrini (1)

vorrei dar monte indà’ sulla mi’ Pisa

in volo ‘ome fanno l’uccellini

eppoi giù, giù co’ ‘na rotta precisa

 

volà’ sopra le vie e su’ ‘ giardini

vedé’ dall’Arno la bandiera lisa

tutta palle e sur ponte e’ celatini

coll’ermo e la ‘orazza per divisa…

 

Se fusse ‘vella stampa… ma nun gliè:

oggi gliè ‘n ber casino la città

e c’è ‘r Kebab ar posto de’ ‘affè!

 

Anco se ‘r bailamme nun mi va

la mi’ tristezza me la tengo ‘n me.

Ma ‘n paio d’ali chiedo pé’ scappà’!

 

 

– 1)  Celebre  incisore del settecento, che tanto ha illustrato Pisa.

ABBA’, ALLAH

Ha Jasmine sì tonde orbite nere,
è bella in stelle notte di Isrā e Mi΄raj,
ridon soavi le mani leggere
di Guerrouane, com’io profetai.
Un dì per gioco in chiesa la portai:
“Gesù chiama Abbà Allah!”, piacere
numinoso di pace tra i rosai,
prima che ci schiacciasse il mal potere.
Un dì d’autunno l’empio animal odioso,
le guance impallidì a Jasmine dolce.
O sera o città, chi disse: “Talithà”?
E Tu, chi sei, Tu?, Gesù, Abbà, Allah…
Beva Zemzem o Siloè, Tu focoso
dì “Va’”. “Shemà”, che l’anima ci molce.

Addii

É sempre freddo nelle buie sere,m
non trovan pace i viandanti rari,
si temono, stazionando, i binari
per evitare le parole sincere.

Tra le rotaie non crescono fiori
perchè il sole non ama l’acciaio
e non serve rievocar il rosaio,
nascondendo fra gli inganni i dolori.

Partito il treno s’è ancor più mesti
resta a terra solitario il domani,
un cupo inverno avanza per chi resta.

Ma chi rimane rimpiange la festa,
anela con gioia a stringer le mani,
vagheggiando all’amore che si desti.

 

Adornami le braccia

Adornami le braccia
dei doni incalcolabili
di un amore eterno e infinito
come l’indissolubile
ciclo vitale

Fammi girare
senza vertigine
intorno al suo universo
come la terra fa
instancabile col sole

Lasciami entrare
nel suo cerchio esclusivo
come per un semplice
tuffo
da uno scoglio

Permettimi di scoprire
l’incanto e l’incantesimo
per cui tutto appare possibile
e l’impotenza e il silenzio
diventano forza e musica

E così le fragilità le mancanze
le povertà umane
si frantumano e dissolvono
si perdono e scompaiono
ignare e dimenticate

Oltre le scintille divine
dell’amore eterno e infinito.

 

Aiutami

Nel mio corpo è sbocciato il fior del male,
infocato, funesto,  prepotente.
Non rispetta né amore né morale;
invadere mi vuole fibre e mente.

Mi ghigna innanzi, orrendo carnevale
che in me vuole ridurre tutto in niente.
Ma non voglio aspettare il mio finale
ché a morte sta colpendo un innocente.

La mia paura ora a fuggir m’induce
cercando scampo a quel fiorir funesto.
Ma il fiore mi persegue sordo e truce.

Armanda mia, al fianco tuo m’arresto.
la tua mano al sicuro mi conduce?
S’oscura il fiore e tu sei la mia luce.

Alterigia

L’eroe che interpreti
partorisce la tua angoscia,
tutte le tue belle sculture di una sera,
cosa ti lasciano?
Appassisce in fretta il viale alberato
della tua gestualità,
il tuo odio efebico
come il tuo imbarazzato amore.

Amore sine poena

Qualor  ritornasse il divin  poeta
A visitare dei perduti il regno,
Direbbe d’ altri   e novelli peccata
Dei quali avrebbe rinnovato sdegno.

Non più rivedrebbe  focosi amanti
Ire allo sbando per pagare pegno,
Ma  uomini e donne soli e vaganti,
Anime ove l’amore non ha segno.

Molto è mutato e manca l’attesa,
Connessi sempre  nell’aer trionfanti,
L’amor nulla  più costa e nulla pesa.

Non v’è legame che  a lungo perduri
Non più sospiri né lacrime e pianti,
Aggiorni il profilo e altro non curi.

Austero concentrato di falene

E quell’austero concentrare di falene,
pupillabisso di pianeti naufragati
nello scalo delle iridi violacee
a puntofisso, rimarginanti attese,
era solo parziale posizione di lunari capovolti,
e antichiese e schiene di risvolti,
sintesi esegetica di periodi e frese
e tibie attorno a bottiglie verdi
in abbandono,
il buiobalena leva l’ancora oltre i denti torti
ad ultrasuono, sul biancheggiare di breviari rotti,
stai serena che nessuno ti raggiungerà
oltre gli sbotti d’uggia delle mareggiate,
oltre la dinamica a sfere roteanti delle coste,
nessuno mai verrà a devastare il muro,
ma erano sere che pensavo a me,
anticadavere tra tanti
dentro fragranti villaggi di polene senza mostre,
oltre il sentiero scosceso delle iene,
nel verde, ad ascoltare il silenzio duro dato
dall’austero concentrato di falene.

 

 

Avrei sentito la traccia piccante

Avrei sentito la traccia piccante
delle spezia robusta nel sugo del dolce
che ogni giorni mi lasci, che io mangio distante,
centellinando ogni grano, ripensandoti a scorze.

Al contrario, fantastico di briciole minute, croccanti
spumeggianti in aria, in aria svanite
se mi lasciassi, teso e convinto, con le braccia in avanti
in uno sfracellio rubizzo, e , semplicemente, le cose sarebbero finite.

Quella risposta che io cerco, cerco molto,
che poi dico di afferrare, di quando in quando,
è gelida e infantile come un quarzo.

Per  questo sono certo che al freddo di dicembre
potrei opporre quel bruciore salato di sempre
di cui in fondo, in fondo, sono fatto.

 

Bianco

Bianco, se piango, o semplice stupore;
oppure intenso sguardo che distoglie,
abbaglio della notte che si scioglie
d’inverno, bacio freddo di vapore.

Bianco, se dormo, luce dalla strada,
o squillo del mattino che mi sveglia,
lama che acceca il sonno, prima veglia,
d’estate, quando il gelo si riposa.

Bianco universo, stanco, vuoto, intenso
dubbio, che forse esiste pur qualcosa
o forse sono io che la nascondo.

E tu candido bianco appari immenso
a ricordare un Dio che a volte posa
lo sguardo suo dal cielo verso il mondo.

 

Caducità estive

Riverbero di sole sull’asfalto
abbaglia l’occhio che difesa cerca,
guizza dietr’un sasso la lucerta,
incerto l’aquilone vola in alto
mentre l’onda ratta col suo salto
infrange dei fanciulli attese sacre,
abbatte l’ultimo castello, alacre
frutto d’ingenuo zelo, l’assalto
è cieco distruttore. Sento odore
salmastro dacché spumeggiano l’onde
e lavano invano anche quel dolore.
Vibrando le cicali tra le fronde
ombrose friniscon, ma ormai logore
taccion giacché il sole già s’asconde.

Coerenza

Ha senso subire l’ostinato presente

o riviverlo, ostile estraneo, a tratti,

nel mio dolor d’angoscia cosciente,

con occhi da disillusione esterrefatti,

 

per scoprire poi, nel freddo niente,

dell’inutil mia coerenza i misfatti?

L’illusione sostenuta eroicamente

si fa larva languente, eco di ricatti.

 

La confessione chiede assoluzione,

ogni colpa mite perdono implora:

così, nel buio dell’assuefazione,

 

inattesa, flebile, una luce riaffiora.

Dell’animo accolgo la distensione,

se tutto, benevolmente, trascolora.

 

Come in un dolce sonno

Bella m’appare nella visione,
come la vidi in tempi giulivi,
l’animo si turba di passione
ed evoca ricordi sempre vivi.

Era graziosa e gioconda,
l’aureo crine splendente,
come la cresta dell’onda
sotto il bel sole fulgente.

I suoi sguardi furtivi e ridenti
accesero il palpitante cuore,
dardi improvvisi e ardenti.

Come in un dolce sogno fu mia,
breve fremito di segreto amore
che un soffio di zefiro portò via.

Costiera Amalfitana

Sale su questo tratturo di costiera e non fatica
quest’aria calda che profuma di agrumi e di mare:
ti fa camminare piano, sotto una pergola antica
ove tra fioriture di limoni vibrano insetti a impollinare…

Scompiglia un garbato vento la frasca degli ulivi
che dal vecchio amico si fanno accarezzare
con movimenti ripetuti e lenti che li fa sentire vivi.

Scende la sera sulle case di bianco e di sasso
anche le luci da sopra il monte si fanno brillanti
come le onde che schiumano alla luna da basso
vestendo di nuove tinte gli sguardi degli amanti.

Le musiche di festa e di danze si fanno richiamo
anche per noi che a questo mare ci siamo venduti
confinando le brume di pianura in ricordo lontano…

Decrescita felice (A Serge Latouche e al MDF )

Va contro il malinteso volontario
che taccia d’anelare anacronistico
crescita zero e stato stazionario
– arresto all’antro  con afflato mistico.

E’ il mondo che precipita al sudario!
Se è cieco il vico al calcolo balistico
stallo di retroguardia è necessario
per un futuro in testa  – e sillogistico.

Dismisurata corsa al materiale
crudele sfida il tempo e la memoria
spazio al cemento e al circolo caudale.

Decrescita felice erta agonale
sotto la china morde come noria
l’ultima scoria al rivolo esiziale.

Dell’amore e di altre sventure

Il giorno che ti ho visto, era di sera
e me ne stavo in piazza spensierata;
le sue dita di pesca, innamorata
spargeva intorno già la primavera.
Tu stavi fiero in groppa alla Gilera
e mi hai bruciato il cuor con una occhiata:
cercavo di non fare la sfaccciata
ma ti ho subito amato, son sincera.
Quale pianeta intorno al sole ardente
o come una stellina tramortita
fra mille, vado sconsolatamente
cercando la tua luce. Son finita
là dove il cosmo si dissolve in niente;
Volano i giorni come paglia trita.

Di Giugno gran riposo noi bramiamo

Di Giugno gran riposo noi bramiamo
nell’afa del solstizio che martella
di corsa noi partiamo da Milano
a Roma poi imbocchiamo la bretella.

Affranti e disperati in fila andiamo
sia che in città che verso Spiaggia Bella
e litri di gassosa poi beviamo
sperando di sanare le cervella.

Sapreste dirmi se ha davvero un senso
quel  gran fuggire ancora contro al tempo
che questa vita un giorno ci ha donato?

Non voglio più sentirmi un can braccato
io spero torni ancora quel beltempo
e tolga a questa vita il suo nonsenso.

 

Diluvio univerbale

Piovono dentro ventotto lettere
“Qual’è il tuo nome, gran meraviglia?”
Ma le mie labbra ne fan gozzoviglia
E le trattengo e non so dove mettere

Undici sillabe fan capolino
“Ehi tu bellezza stasera che fai?”
Ma l’eleganza mi dice “sia mai!!”
Meglio qualcosa che sia più carino

Ora mi guarda e profuma di sole,
ora sorride con occhi di miele
Lei si avvicina, mi sfiora un pensiero

Frullo discorsi, ma niente davvero,
Al sentimento rimango fedele
ma vince un “Baciami”  su mille parole

È tutto così squallido e lontano

È tutto così squallido e lontano:
la gente, il paesaggio e questo istante
che vela di un riverbero innocente
l’atroce vanità del gesto umano.
L’uomo che muore ha palpebre di vetro
e si spegne in un pianto di bambino
e travalica l’attimo vicino
e crea con il suo verso un nuovo metro.
L’uomo che muore non ha più sostanza
nessuna briglia stringe la sua mano
labile ha solo un’eco di esistenza.
Assaporando l’attimo di assenzio
evapora nell’orizzonte vano
del lungo giorno memore in silenzio.

Esistere

Il gabbiano sorvola la battigia
e lascia scivolare la sua ombra
dove ricami di dorata sabbia
esaltano passi un tempo esitanti.

L’incombente autunno si è dileguato,
nuova speranza giungerà a schiuder
gli alterni ritmi dell’esistere.
Radioso, saetta in volo radente

nel felice gioco con l’onda mite
quand’essa s’abbandona al suo avanzare
prima che un’altra, lenta, la raggiunga.

Veloce s’innalza fiero e spavaldo
fronteggiando il sole nella sua corsa
io rapito, mi libro sulle cime.

Esodi e muri

Preme il dolore d’Africa alla soglia
in cerca di rigogli e di fortuna
nell’ampia chioma viola anche la luna
fomenta desideri nella voglia

eppure la paura vi germoglia
errante eleva un muro d’onda bruna
che varca lo smeraldo d’ogni cruna
per volgere l’ardire in nuda doglia

lacrima allora il mare perturbato
gemmando rose acerbe e scontrose
nel passo chiuse ad ogni altrui cammino

velato in nebbie lise e luttuose
annega il cuore stanco, clandestino
nel fiore disilluso, inappagato.

Espiazione

Mi mastichi, le costole al mortaio,
ai moti insegni folli il giusto, e pieghi
da far la spina al tino dei miei prieghi
le lettere onde vuoto il calamaio.

Rimangio l’astio per le nuove leve:
rimani, menda il vano dal mio scritto,
e anche quand’il cielo si fa fitto
lo spirto rassicurami sia lieve;

Così nel cieco cavo dell’empireo
in giubileo al consesso dei poeti,
cui suggere il divino sempre lice,

Se mai dopo la morte il capo allineo
tra i tanti della vita anacoreti
dal canto l’unico sarò felice.

Falsi miti

Modelli irraggiungibili perfetti
miraggi insegui per tutta la vita
-contenitore di pseudo-difetti
indotti, anche se l’altrui ambita

felicità cela sotto i belletti,
a riflettori spenti, la ferita
dei compromessi, cedimenti abietti
in un girone senza via d’uscita.

La solita routine spiega le vele
verso un ben noto orizzonte di tedio,
stabile insoddisfatto logorio.

Un salto nel vuoto senza cautele
delle banalità rompe l’assedio
aprendosi al precario sgretolio

Favoletta di primavera

Anche sul tronco può nascere un fiore,
se primavera la scorza sua  rude
accarezzando gli infonde un tepore
che nuovo un desio di vita gli  schiude.

Avverte il tronco  uno strano languore
sotto la pelle e i grandi occhi socchiude,
ma troppo stanco è  l’antico  suo cuore,
e nulla più lo lusinga e l’illude.

Eppure  dietro alla dura  corteccia
sente  bussare  un germoglio. – E’ la vita! –
sospira il tronco ed  abbozza un sorriso:

– Esci, – sussurra – qui c’è un paradiso! –
Preme  la gemma , dischiude una  breccia,
si sporge e al bacio del sole è  fiorita!

E gioisce  il tronco  timido e schivo:
“Ora son certo che sono ancor vivo.”

 

Feisbucche

“Andiamo al cine?” “E perchè mai?

C’è il social! Gratis e divertente.

Su feisbucche tante stranezze, sai?

Un mare di soggetti casualmente

assortiti: grandi e piccolini,

malevoli, onesti, dissoluti,

poeti rabberciati, pivellini

filosofanti, semplici cornuti….

Tanti grulli, per mostrarsi assai

sapienti, postano assiduamente

bischerate colossali. Oh, dai!

Burliamoci di certi diavolini:

si spacciano per dotti e arguti

ma son solo poveri cervellini !”

Giobbe 2016

Dammi la forza vita che mi lasci
quel tanto di speranza per alzare
domande che circondino l’altare
in cui sei già deposto quando nasci.

Senti negli occhi le urla farsi fasci
scariche tremebonde da affrontare
legati come corpi da insultare
belati di un agnello che non pasci.

Tu sei dovunque cresce l’attenzione
per le zolle di umano derelitte
eppure la tua assenza ci sgomenta

quando sei muto ad ogni invocazione
di cuori che sussultano con fitte
preghiere dove l’anima si allenta.

Ho scorto nel tuo viso forme sempre più straniere

«Ho scorto nel tuo viso forme sempre più straniere,
sentieri oscuri dai quali fuggire.
Sul mio, invece, sono marcati i segni delle bianche bandiere
e li ho coperti di attese fino ad impazzire

Quanto ancora mi è cara la tua vita, non è una paura
ed è perché ci è sempre caro ciò che viene dall’animo.
Vedo il sole riposarsi sempre di più nel cielo e mi rammenta il fuoco della Congiura,
tanto quanto la Gravità tenta di ammassarci in qualche luogo intimo

Come un albero di pesco si spoglia in dicembre
così appassiscono i nostri sguardi caotici
ma vorrei poter dare rinnovata tonalità alle nostre ombre

e riprendermi ogni, singola, fallibile sfaccettatura della scommessa
proprio come quei crucci metafisici
per i quali un vero filosofo manterrebbe la promessa»

 

Ho visto il vento soffiare

Ho visto il vento soffiare lontano
ai principi della vicina primavera,
gelide onde nel cuore distinguo
tra policrome menzogne; ardono
le finestre delle follie di nudi spiriti.

Dai quieti occhi vestiti d’argento
m’incammino tra angoli remoti
compatendo il tramonto; d’ansia
si colmano le ciglia dei fiori,
e reclama il fiume ottusi silenzi.

Alla lubrica foschia della vertigine
l’anima mia ora si abbandona;
come fuliggine d’autunno appese
sono le reminiscenze che placide
e invisibili mani hanno tessuto.

Ho visto il vento soffiare tra rombi
di campane, silenzi d’esequie.
Si va già affievolendo la fredda
lanterna sul far del di tramonto,
e lieve mi è il tornar umano.

Hotel Rigopiano

Tace il meriggio, poi un boato e l’onda
che rotola e cancella la vallata
la terra trema, le ginocchia tremano
la vita scivola in un inferno bianco

Ho visto alberi venirci incontro
tra le pareti accartocciate e gelide,
chiudersi la tua mano nella polvere
tacere il grido e affievolirsi il pianto

Svanisce il male e resta la bellezza
degli occhi, del tuo viso madreperla
nel riverbero chiaro dei ghiaccioli

S’allungano le braccia nei cunicoli
ombre s’insinuano là dove è vita
Luci per noi, blu intenso, batter d’ali

I gatti e le note

Un gatto triste come una nota
persa, caduta da uno spartito,
riparato in una cesta vuota
lì, dietro un geranio appassito.

Un micio come una nuova nota
colta durante un gaio invito
a pranzo, nel piatto una carota,
da lontano il suo verso smarrito.

Gerry, la solita nota al piano
risuonata con un tocco distratto,
il suo fron-fron comodo sul divano.

Felini che compaiono a scatto
scorrono dalla mente alla mano
che disegna di note un sol gatto.

I miei pensieri per te

C’è che mi hai aperto un mondo;
c’è che quando la tua voce mi sfiora
il mio cuore batte in modo strano…manca un battito
e all’improvviso sussulta e palpita;
c’è che quando sorridi, smetto di pensare a qualunque cosa…
perché in quel sorriso ci trovo esattamente il posto nel quale rinchiudere
i miei timori, le mie incertezze
che di colpo tramuterebbero in sicurezza…
perché è questo che avverto quando sono con te;
c’è che il leggero movimento della testa che fai
quando timido sorridi
inarcando gli occhi – che brillano –
mi fa tremare;
c’è che il tuo dolce sguardo,
quando per caso o no incrocia il mio,
mi fa credere che se vale la pena di rischiare l’Amore per te lo farei…
perché un fiore così bello sarebbe un dono custodirlo nel mio cuore…
per sempre…un dono forse troppo grande che immeritatamente riceverei,
cercando di proteggerlo in ogni mio istante.
A volte mi chiedo perché ci ho messo così tanto a scoprirti,
tu che dal primo momento hai suscitato in me un’emozione strana.
Mi sei entrato dentro piano
ed ogni giorno sperimento la bellezza di questo incontro,
che lascia un seme
anche solo incrociandoti per pochi attimi.
Non so dirti perché,
non so dirti come né quando
hai iniziato a far vibrare il mio cuore,
il mio essere,
ma di una cosa sono certa: ciò che mi scuote non è del mondo,
è un sentimento puro che mi arriva dritto all’anima e
mi accarezza dolcemente.
Non so dirti il perché
ma so per certo che
nelle tue braccia,
nelle tue mani,
nelle tue parole,
nelle tue risate, in quel sorriso…
nel tuo sorriso…
nel tuo volto,
nel tuo passo lento timido e deciso al contempo…io mi rifuggerei…
per sempre!
Tu sei un fiore prezioso che l’eternità avrà cura di custodire…
e se fosse donato proprio a me,
lo preserverei con tutto l’ardore di cui sarei capace,
amandolo totalmente.

Il congedo del padre

A ogni tuo passo ha inizio un altro mondo,
uno stato diverso delle cose;
basta un nonnulla, il tempo male inteso,
un’imprevista apertura di spazio,
che tutto, proprio tutto, venga meno.
Ti guardo, parlo, che altro posso fare,
il tuo presente non è il mio, e passato
e futuro non sono di nessuno.
Io rimango, tu devi andare avanti,
un congedo è contrario ad ogni bene,
pertanto lascia perdere saluti,
baci e abbracci, cancella anche i ricordi,
a te non servono, hai già l’espressione,
alcuni gesti, il mio modo di dire.

Il mio pianto muto

Sento cantare sovra il pesco il cuore,
canto mite che mi colse nel vento
nella stagione che ridesta il fiore,
e di verde tinge il prato munto d’accento.

Bela il vello e la nota già risale
nel meriggio di girasoli e ginestre,
pioppi sfiorati dalla luce astrale
che, brucando fra le fitte zolle meridiane, appare.

Migra il sospiro silenzioso del canto
per i ruscelli tintinnanti d’acqua
ove il ricordo si posa di piuma.

Va scrosciando, ramingo e vasto, il mio pianto
muto, che il ciglio unto e terso or risciacqua:
come bagnasciuga che ridonda schiuma.

 

Il rumore del vento

Soffia un refolo di vento nel bosco
solitario, tra due ali giganti di polvere
e tra i pioppi incolonnati nella lunga
strada del deserto degli abissi.

Scorgere nel rio scosceso la flebile
caduta delle foglie dell’albero
sempieterno, la tua visione in quella
strada desolata, mi riconduce a te,
in un sogno notturno d’estate.

Con i tuoi slanci arditi, ho cercato il mio
sentiero nel  mezzo del cammino, ho visto
la profondità delle acque impetuose del mare,
e vidi e vissi con te i bagliori di una fulgida
stella nella limpidezza dell’azzurro cielo.

Ho danzato tra le onde del mare,
in cerca di uno scoglio, nel buio
della notte, fui guerriero solitario
nella prateria dei lunghi inverni.

Nel sogno ho incontrato nel mio
percorso, le dolci litanie dei tuoi baci
improvvisi, ma le lunghe attese
inquietanti del rumore del vento
hanno scosso l’indole e l’armonia
del mio amore verso di te.

Vorrei incontrarti lassù tra mondi
sconosciuti, tra la bellezza dell’amore,
e poi seguire i tuoi passi, per respingere
la furiosa forza dell’acqua, che si scaglia
contro il faro spento dai fulmini,
tra il dirupo della tempesta, e il dolce
naufragar del fiume di nebbia bianca.

 

Il suono dell’anima

Ha l’odore della  pioggia quel canto
che le primavere mi hanno insegnato,
nel silenzio diventa goccia di pianto
quel tempo perso in un filo di fiato.

Soffia il vento contro la finestra
disegna silenzi l’ombra del pino
si accende di rosso un’ora di festa,
ma l’anima sente un dolore vicino.

C’è un suono, una parola che canta,
si libera in volo, chiaro, un pensiero
attende la pace, una voce santa;

vibra come l’erba alto nel cielo
respiro di vento, linfa della pianta,
bianco, come colomba nel cielo nero.

Il tempo Medioandante ovvero l’età di mezzo

Quel del Medioandante  che tempo strambério
due occhi lui possiede in  baruffa  assai ferlecca
opalio quel detragno , di memoria si sberlecca
azzurigno quel atragno , curioso e lungimério .

Mirandra sperandio il sol che bricca rugio  ,
s’incruccia poco o sgnacca di quello smorzelloso .
Celerzio sfrinzia e ronda nel tempo budrioso
di orari ansilanti e di malsonno rovellugio .

A volte lentagiandro petala e tra se solfeggia
si stoppa in stimparlini le nuvole contando ,
tra sguardi privitempo d’amore si sdraleggia ,

s’attarda su un solpiede le ciarle memoriando
tra polke e valzerlenti ludioso lui sbeccheggia ,
e del tempo sfrunghio e lungio si sbarluffa ridanciando .

Il traguardo del pianto del mare

Almeno una volta nella vita è capitato a tutti di lacrimare,
ma non all’immenso ed incantevole mare.
Sognava onda dopo onda,
di raggiungere la lontana sponda.
Ma ognuna di queste non era mai abbastanza slanciata,
fino a che un giorno una sua lacrima fu versata.
E poi ancora e ancora ..fino ad arrivare a mille,
fino a che non gli si prosciugarono le pupille.
allora il maestoso mare si espanse,
e un cavallone enorme apparse.
Così finalmente l’acqua sullo scoglio sbatteva,
mentre il mare ancora piangeva.
Dopo l’ennesimo tentativo,
aveva raggiunto il desiderato obiettivo.
Arrivó a quella terra da lui tanto amata,
faticosamente lacrimata.
nonostante i rimasugli di rabbia,
fu felice di battezzare la sua meta “sabbia”.
la rese fastidiosa con il vento,
per ricordare il momento in cui gli provocò tormento.
E piacevole senza un clima ventilato,
gioendo nel veder tutto bagnato.
Fu da quella vittoria che anche l’uomo iniziò ad azzardare,
e a piangere dopo aver visto il traguardo del pianto del mare

Il tramonto rapito

Lo sapevamo tutti,
ma, nessuno di noi,
avrebbe guastato

quell’attimo effimero
di felicità fuggente.
“Ci rivedremo…”. Dissi.

“Forse lassù…
Un giorno!”.
Rispose.

E fu
subito
notte.

Importante è credere

Sto seminando nei campi della vita
i chicchi di frumento più pregiato,
per far sì che un giorno
io venga ricordato.

E corro senza sosta
rinnegando la paura,
in cerca di terreno fertile
per la stagione futura.

Lottando con coraggio
contro insidie ed  inganni,
vedo fuggire il tempo
tiranno dei miei anni.

Così mi ritrovo solo,
vecchio e affannato
a guardare le ferite
che la vita mi ha lasciato.

Non so di ciò che ho fatto
quale sarà il frutto,
ma l’esistenza è un dono
che non va certo distrutto.

Importante è credere,
guardare nel futuro,
aprirsi al mondo
ed abbattere ogni muro.

Incontro

Ho guardato nello specchio.
Il riflesso di una giovane donna,
già qualche ruga,
occhiaie e un paio di capelli bianchi.

Ho guardato nei suoi occhi.
C’era il verde dell’erba,
c’era  un orizzonte lontano,
c’era tanta tristezza.

Ho letto il suo corpo.
Le forme da donna dentro una ballerina,
la curva della schiena dolorante,
la pancia al centro di tutto.

Ho guardato dentro al suo cuore.
Ci ho trovato uno scrigno chiuso a chiave,
dentro una bambina impaurita,
un fiore che teme di sbocciare.

Ho accarezzato la bambina,
l’ho presa per mano,
le ho detto “andrà tutto bene”,
mi ha sorriso.

Ho abbracciato la donna,
le ho mostrato la sua bellezza,
ho accolto le sue ombre,
le ho insegnato ad amarsi.

La donna è la bambina,
la bambina è la donna,
ma avevano bisogno di incontrarsi,
guardarsi, riconoscersi.

Adesso di tengono per mano,
danzano insieme,
l’una dentro l’altra.
E io le amo entrambe.

Io

Mamma mia quanto feriscono le parole. Tajano come lame e vanno a lede l’organi vitali, più in profondità de n’cortello affilato. Capita! Capita spesso de parlà n’preda alla rabbia, d’istinto, de parlà a sproposito e pentisse n’secondo dopo. N’particolare c’ho n’ricordo de tant’anni fa.
E ancora me ne pento. Ancora me brucia quer pentimento immediato ma comunque tardivo.
Ho offeso, ho ferito. Llo faccio ancora quarche vorta. So “brava” co lle parole, veloce nelle reazioni, dura nelle risposte. Poi me pento!Me pento e m’ arabbio co me stessa, ma difficirmente lo riconosco.Quindi, er proposito mio da oggi e pe sempre: sarò meno istintiva, più riflessiva ner risponne alle provocazioni,più attenta, più ragionevole, più paziente e tollerante.Voi, però, voi che me conoscete e me amate nonostante tutto, stateme vicini, nun obbligateme a fa ricorso ar
caratteraccio mio, a sta linguaccia che va ortre, prima de confrontasse cor cervello.Io vedo nero, ce lo sapete. Però posso migliorà. Sarò prudente ner dà giudizi e dorce ner contestà. Cambierò pe amore e pe dimostrà a me stessa che nun semo mai troppo grandi per cresce. E migliorà.
E, pe comincià, chiedo scusa all’ amore mio pe quella brutta, bruttissima reazione de quarche tempo fa. E pe tutte quelle che so venute dopo. Perdoname….. nun pensavo a quello che ho detto! E voi che sete più riflessivi de me spiegateme come se fa!

 

L’uno suggente

Un’Africa che tende all’Asia assente,
interi continenti scompigliati,
vivi color, da clima incandescente,
l’Antartide coi suoi ghiacciai malati!

L’intera umanità non è presente
e secoli di Storia già annullati!
L’Antropocene  è l’epoca vincente
e gli atti umani ormai dimenticati!

Solo quell’Uno, in atto di annoiato,
succhi sugge vitali, senza gioia!
Quella cannuccia, ad angolo piegata,

tra la Namibia e il Ciad cerca il suo iato.
Pianeta Terra, il Nulla già ti ingoia:
e all’Uomo resta, amara …… un’aranciata!

L’uomo

Sta cadendo
si sta buttando
per non morire
bruciato
crolla dentro di  sé
come il grattacielo
di fuoco
botte di cristallo
di giovani vite vissute
finite troppo presto
in gioventù
orribile visione
di un uomo che cerca
vita morte
uomo sofferto

La memoria di un sogno

Il ricordo di sottili parole
velate dal buio della notte
dalla ragione non furon corrotte,
ma tramandate come Morfeo suole.

Le senili sapienze in gran mole,
insieme ai desideri, sulle flotte,
navigano per le menti, condotte
dalle immagini come bussole.

Il vivo colore di una pianta
ricorda il dolore della morte
che della sua eternità si vanta.

Nei sogni si rivelano le porte
e si fa strada la luce rimpianta
subito assorbita dalla sorte.

La Rocca

A piccoli passi nell’ora più calda
strada di casa che porta lassù
Si alzava la polvere che ci seguiva
Viso arrossato e braccia all’ingiù
Lì tra le dita tutto quello che c’era
Il giorno era Giorno la notte era Notte
I giochi sereni e la vita affacciata
sul mondo Infinito tutto per noi
Le sere d’inverno con qualche tremore
nel buio squarciato dagli effetti speciali
La macchia di fronte a guardare le scene
Vivemmo privi ma godemmo i Profumi
Rubammo i Colori e tutta la Gioia
che in cambio di niente la Rocca ci offrì

La sfida

E così con devozione ci si armi
a questa guerra come una partita:
dir più vero il sogno o la cruda vita,
dar più peso alle cose o forse ai carmi?

Si sa, il tempo è tristo e il pan ci manca,
ma se una rosa è rosa, chi mai la osa?
Quassù il connotativo non ci stanca,
il retrogusto, l’arte della chiosa.

Kitsch, vintage, chef santoni ci fan pena
poiché Sereni Giudici vantiamo
e nuovi Omeri raglian senza posa.

Noi vinceremo senza farci in vena
coi versi e con le rime che spariamo.
Un fior sarà ben altro che una rosa!

 

La sfida

E così con devozione ci si armi
a questa guerra come una partita:
dir più vero il sogno o la cruda vita,
dar più peso alle cose o forse ai carmi?

Si sa, il tempo è tristo e il pan ci manca,
ma se una rosa è rosa, chi mai la osa?
Quassù il connotativo non ci stanca,
il retrogusto, l’arte della chiosa.

Kitsch, vintage, chef santoni ci fan pena
poiché Sereni Giudici vantiamo
e nuovi Omeri raglian senza posa.

Noi vinceremo senza farci in vena
coi versi e con le rime che spariamo.
Un fior sarà ben altro che una rosa!

La violetta assai bella e profumata

La violetta assai  bella e profumata

pur nella timidezza si beava

per quelle doti…C’era una…fecata

che arrogantemente l’additava:

 

“Ti credi d’esser l’unica graziata

dalla natura…” E estrosa decantava

la sua fragranza tanto ricercata

da mosche, vermi, insetti…che la bava

 

facean sopra di  lei, e in mezzo, e sotto…

“Ma – vedi – io sono fior…più d’ogni fiore…”

“Tu hai le tue ragioni…Io non ti sfotto.

 

Ma questi bimbi che un amore infiamma,

di te non vogliono nemmen l’odore:

coglieran me!…pe’ un dono alla lor mamma”.

Lamia, illusione d’amore

All’impetuoso e gelido vento di tramontana
l’etèra Lamia
ha consegnato pensieri, palpiti
ed emozioni.
Dimmi Lamia, le tue labbra quanti baci
hanno dovuto regalare?
A quale anelito, a quale struggente desiderio di libertà e
di felicità ti sei abbandonata?
Catturata,  resa schiava, tu Lamia
giovane e bella, usata
e poi… gettata
come  foglio di carta sgualcito e raggrinzito.
Il tuo corpo, trastullo,
al cinico, annoiato e libertino re Demetrio
hai offerto e per una illusione d’amore,
le tue bellezze  e i tuoi ardenti abbracci ed emozioni
hai donato tra flauti e arpe.

Ahimè ! tu sai,  non hanno prosieguo
le storie senza futuro.
Ma… al gelido vento di tramontana
i tuoi indomiti e fieri pensieri hai raccontato
e alla sinuosa Afrodite hai donato
accartocciato e intriso di pianto,
il tuo cuore rapito e colmo di desiderio.

Lo stornello

Quand’i tempo mette a i’ bello
io vi hanto uno stornello
chè da noi qui in Toscana
la unn’è una hosa strana.

Era in uso su per giù
quando un c’era la tivvù
in sull’aia o per la via
serve a stare in compagnia

Se nasceva un bel bambino
ecco i’ grillo hanterino
sposalizi o compleanni
che metteva in piazza i panni

Per la gente hanzonata
esplodeva una risata
succedeva è sorprendente
tutto un po’ bonariamente

Anche quando un marito
dalla sposa era tradito
gorgheggiando un bell’ahuto
si pigliava di hornuto

Per colei non proprio bella
candidata a star zitella
una rima un po’ bizzarra
strimpellata alla ‘hitarra

I’ dottore e anch’i prete
ci hadean nella rete
degli scherzi hanterini
s’eran stati birihini

Oggi i tempi son cambiati
gli stornelli abbandonati
siamo ganzi pe’ cianare
bischerate a i’ cellulare

Io lo diho e lo ripeto
che vorrei tornare indietro
quando i’ nonno poerino
e trombava…. si … ma i’ vino

Ma chi pensò veder mai tutti insieme

Ma chi pensò veder mai tutti insieme
Abe, Trudeau, e Merkel -sempre lei-,
i novizi Macron, Trump e la May,
con Paolo anfitrione che ha gran speme

di gettare a Taormina un fausto seme
che il terrore e la piena migratoria
neutralizzi – lo attesterà la storia-,
e accordarsi su soluzioni estreme.

Volo sull’Etna (dorme Tifeo stanco),
per le first ladies shopping pro Amatrice,
Giardini Naxos, selfie e arancini.

A Catania anche trenta elefantini
attendono i potenti assieme a Bianco,
proboscide all’insù propiziatrice:

Trinacria vincitrice!
Canta, Battiato, i migranti africani :
falli danzare su intrecci di mani!

Madre

Forza titanica, gracili membra
Del Lar familiare benigno afflato
Fiera e robusta stella alpina sembra,
come mammola è fior delicato.

La sua dolce presenza morte adombra
Latore di vita suo riso amato,
La sua bellezza eterna al cuor rimembra
Quel gran miracolo che ha donato.

Il suo pensiero infonde sicurezza
Perché ella del coraggio è la maestra
Milite ardito, lotta con destrezza.

È scintilla del primordiale amore
Che ci soccorre con una carezza
Soave come petalo di fiore.

 

Malasanità

Ditemi voi se vi pare normale

restar distesi sopra una barella

per giorni e giorni, come in passerella

in un Pronto Soccorso d’ospedale.

 

Tra tanta gente che si sente male

in mezzo a pianti, urla, cacarella

ti negano persin la pennichella,

ed il marasma regna generale.

 

Ma attento che ben bene ti corbella

chi ripete le solite parole:

camere non ce n’è, né posti letto.

 

È che nel Bel Paese, poveretto,

sulla salute lesinar si vuole

e ancora ci propinan la storiella

 

ch’è vuota la scarsella

ma se ci pensi è più importante assai

il ponte sullo stretto dei tuoi guai.

MANU FACTUS (in A.D. 2017)

Col fiasco vuoto e la pancia piena
inchiodo sulla carta questi versi
nel timore che vadano dispersi
dentro la mente che si barcamena.

Vispi su sassi lisci di golena
saltellano pensieri controversi
anfibi che dal vino son emersi,
una sfilza di rime l’incatena.

Ora che ho sfornato le quartine
devo fondere tutto nel cemento
di parole come un manovale

che per finire in modo puntuale
segue del Petrarca il rudimento
rimando allo specchio le terzine.

 

Mare nostrum

Squallidi scafi stracolmi d’anime
solcan nel buio marosi in tempesta.
Occhi muti, dalle guerre scavati,
scrutano ingenui l’approdo sicuro
loro mirato, con subdolo inganno,
da avidi bruti e disonesti
che hanno lucrato sui loro destini.
E l’ìnfido mare, invidioso dei lidi,
con l’onde schiaffeggia la massa informe,
fiero scompiglia quei miseri corpi
che poi trascina nei flutti golosi.
Mediterraneo, ‘mare nostrum’,
amico sincero quand’offri i tuoi frutti,
nemico spietato quand’orbi la vita.

Maremma

Dietro il forteto infuria il cinghiale;
moreschi arrembaggi, bombarda rimbomba,
tra torri ombrose, e forti sull’onda.
Zufolan fauni, dentro il maestrale.

Chimere immote, frangere biada,
oblunghe corna, rimeggiare sull’aia;
approdo, o fine d’ogni viaggio,
di greggi montane sperduto miraggio.

Spoglie spettrali, obliata speranza:
romiti, butteri e rii malandrini
il morso sentiron degli acquitrini,
videro in faccia la falce che danza.

Scivola il lupo, rista la paranza,
ristagnar specchi, frinir di cicale;
disegni lontani di monti d’opale.

Maremma, mal mare, malia, mala aria,
mal detta, maiala, maliarda sicaria;
amor… che anco amò ‘l perder l’ala.

Ghirigori tenui d ‘onde lontane,
incanto greve, mar di malinconia!
Al canto del chiu, la nostalgia,
si culla in miasmi, ansima con la Pia.

Mietitura

Vomero e vanga han scavato il suo viso,
di paglia ha i capelli seccati dal sole;
e limpidi gli occhi, aperti al sorriso,
presto s’incantano senza parole:

tutto avvolge e trasfigura una bruma
gialla, calda, e freme il ciel di luce
fredda, quel che fu prospero ora sfuma
e al rimpianto Natura induce.

Sobbalza un carro col grano falciato
ci ciondola sopra un fanciullo, è felice,
la mela succosa s’è divorato,

“La nostra vita il Ciel la benedice”
al vecchio si illumina il volto
“Gustiamoci la gioia del raccolto!”

Mind the gap

Mi porta questo sole a cercarti fra
le insegne della città, nei volti dei
viandanti della metropolitana
apertura porte a destra, si dice.

Pensando a quando mi dicevi “Ma la
smetti di insognarti, la vita ha le
sue sequele, cosa credi? Ristagni
morsi e scorie non li nega a nessuno”.

Così ho cercato di costruirmi la
mia privata variante di valico
apertura porte a sinistra, chissà.

Addio sole, ricerca fallita
leggendo Roth buonanotte un tot, con un
Sakamoto tango, sì, mi sostengo.

Miracolo della vita

Quale che sia l’innesco della miccia generante
Un’esplosione ovattata libera la sfera
L’accoglie silente una tuba vibrante
Che tace, senza fiato, dal principio di ogni era

Una intrepida corsa, spietata e fluida
La piccola luna di gelatina attende
Con la sua superficie liscia e tumida
Scivola spensierata e non si difende

Si offre in modo del tutto inaspettato
Ad una danza chimica sofisticata
Con l’inatteso conquistatore caudato

E’ un magico incontro, unico e fortuito:
Che sia una maternità inattesa o desiderata
Il miracolo della vita è compiuto.

Muse misteriose

William, ecco ti recitano! di colpo
giungi dai secoli a destare il lettore
in un reading di veri versi d’amore
che ‘non è lo zimbello del tempo’
Sì, ancora ti cercano gli ispiratori
la dama bruna dark lady sensuale
e misteriosa parole nuove adopri
e d’oro per l’amico senza uguale
I temi sono universali, fan pensare…
la novità è la diffusione nella rete
per una viva rilettura del canzoniere
bardo geniale canti questioni aperte

vigili e conosci l’uomo, la ragione
caducità, arte, poesia e passione

Nel fumo

Sono seduto in punta al divano
Con le dita sulla tastiera del computer
Dietro di me la finestra
Un clacson mi irrita
Scrivo di adesso
Che non so bene che scrivere
Ma picchietto comunque sulle lettere
Qualcosa verrà fuori
Tu stai uscendo
E so che allora mi alzerò
Fumerò una sigaretta in piedi
E verserò un po’ d’acqua nel bicchiere
E mi verranno le parole
Che butterò fuori insieme al fumo
Parole che sapranno di marmellata di ciliegie
Di una nostra antica colazione in veranda

 

Non capiamo

Che ci appassiona più di questa vita
è il desiderio antico di capire
che cosa esista, quando sia finita
quest’avventura che ci fa patire.

Noi sopportiamo insieme la fatica
di scegliere tra il male di morire
e la fortuna d’una sorte amica
di andarsene così,. senza soffrire.

Temiamo che null’altro venga dopo
e il brano d’esistenza che viviamo
appaia come quasi senza scopo,

così che quando infine decidiamo
di abbandonare della vita il gioco,
per una volta ancora non capiamo.

Notte di speranza

Dormirai rannicchiata nel silenzio della notte,
respirando il sapore del buio intorno a te.
Sognerai dolci dimore e terre verdeggianti
pettinate dalla musica del vento notturno.
Sentirai la pioggia sottile dell’aurora
bagnarti occhi, bocca e volto senza raggiungere
il tuo cuore stanco.

E poi, riposerai ancora un pò,
per rinforzare la speranza e uccidere
la paura di un nuovo incognito giorno.

Ecco.
La notte è ormai un ricordo.
I raggi del sole inebriano il prato
ancora umido di rugiada,
riscaldano gli alberi infreddoliti lungo la strada,
portando dolcemente il profumo del gelsomino
nella finestra di casa tua.

Ombre amanti

Quantunque non avessero speranze
due ombre s’incontravano comunque
il luogo preferito era dovunque
e chiunque ne avvertiva le sembianze.
I corpi in abbracci si fondevano
e l’ombra delle ombre con la luna
mostrava come due fossero una
da cui solo due teste emergevano.
Dicono che restò brina fulgente
sul viale attraverso il bosco oscuro
come fosse passata una cometa;
dicono pure che erano contente
prima del loro impatto contro il muro
come sapendo il cielo loro meta.

 

Paroline svitate

Qualche volta mi perdo le parole,
svitate farfalline se ne vanno al mare e
sugli scogli stanno a parlottare
mentre in libertà prendono il sole.

Col cappellino bianco sulla testa
si spalmano la crema sulla schiena;
che afa, si respira a malapena
e tutti han deciso di far festa.

Manca nell’aria una voce sonora
che rallegrò un dì questa  dimora,
tutto tace, l’anima è mesta,

parole tornate alla mia testa,
tornate dal mare al mio cospetto
vorrei crear con Voi un insolito sonetto!

Partenza

L’ultima notte urla di saette
stonate dal cuscino di granturco,
il lume sul comò diventa un orco
con la figlia del dottore e le civette.

È Tonino che ruzzola le botti,
mi svela a ogni tuono la zia Nina,
si arrabbia perché parti domattina
e mi stringe in un sussurro di biscotti.

Ma sabato ritorni, si vendemmia.
Un lampo accende di viola
la cassapanca nera e la coperta

e la valigia con la bocca aperta
sui mattoni ascolta
la Madonna muta sulla porta.

Per Figaro

Una pantera d’ebano riempie il giorno
un miagolio soave e leggero ,
dona amore per sempre sincero
con allegria azzurra d’intorno.

Ricordi di vita felina
con occhi come stelle d’oro,
ora, con te, angeli in coro
hai lasciato felicità da sera a mattina.

Sei entrato in me, piccolo e vivace
rasserenavi istanti colorati di nero,
io stanca, baciavo il tuo viso.

Ogni mia lacrima, subito, sorriso
perché ogni gatto è meraviglia davvero,
e la tristezza dal mondo scappa veloce.

Però con l’ironia tiro a campa’

Impubere già davo grandi prove
del nulla che mi andava divorando.
Montava sulle furie il prode Orlando
e poi montava pure nelle alcove?

Io invece mansueto come un bove
montavo sulla bici e pedalando
sbuffavo senza meta, anche imprecando
perché ti gira storta quando piove.

I sogni si sognavan tra di loro
e non mi macerava il desiderio.
Da grande che avrei fatto? e chi lo sa.

È vero, non ho mai cantato in coro
ma neanche da solista sono serio,
però con l’ironia tiro a campa’.

Piccola sinfonia per sordi

Mi si è incrinato il cuore con l’età
come un gingillo in vetro di Murano
scalfito da un granello del passato
volato via dal piano del sofà

Ho un ninnolo di vetro dentro il petto
Tintinna ad ogni pianto di bambino
Come un acchiappasogni vibra piano,
quasi un sonaglio appeso sopra il letto

Confusi ed anecoici i miei pensieri
diretti dal pallore della luna,
volti di un tempo, poi volti di ieri
compongono le note ad una ad una…

C’è chi è partito e non ritornerà,
chi troppo in fretta cresce e se ne andrà
lasciando dietro sé soltanto un’orma
Scricchiola il vetro, preda dei ricordi

Nel silenzio notturno prende forma
una struggente sinfonia per sordi.

Poeta e poeta

Il grande poeta sfoggia ardue rime,
fa con la metrica una grave danza,
regala versi di rara eleganza,
in molti animi il sigillo imprime.

La poesia è arte sublime,
sembra egli dire con noncuranza
e, nel segreto della propria stanza,
cerca la rima che il suo genio esprime.

Io sono solo un poeta minore,
cerco la rima che ognuno sa
e voglio entrar nel più umile cuore,

col grimaldello della semplicità,
come abilissimo scassinatore,
con il bottino che il verso mi dà.

Potessi io descrivere il colore dei tuoi occhi

Potessi io descrivere il colore dei tuoi occhi;
la verita´ delle tue mani;
il calore dei tuoi abbracci di pane.
Tu sei la bellezza ;
paura che si fa ombra fugace.
Fascine di legna odorosa;
zolle di terra smossa.
Carezze di foglia di vite;
rossore di pomodori maturi.
La purezza delle rose di maggio.
Il profumo della camomilla nell´ orto.
Tu sei la vita.
Un sorriso infinito.

Priva di corsi d’acqua

Priva di corsi d’acqua, in fondo al molo,
l’aria conta al catasto tre minuti;
nemesi e fuoco, maligna sopisce,
provoca sonni purché non si viva.

L’epoca di “Atlante Sopra”: conferma
e aspro imbrunire del Dio musicato;
libretto avariato, senza peccato,
il suo solo scopo è d’esser tarato.

Aspetto sete per non affogare
in acque luride, tra buchi liquidi:
arsura che disseta di mistero.

Chiudo questo bel cerchio e la ricerca:
arrivo al mio punto, dov’è presunto
medesimo metro fino al mio centro.

 

Questo mio muto dire nel bosco

Questo mio muto dire nel bosco
non ripercorre, no, quel buon sentiero,
celata via il cui nome conosco,
che porti a qualche silvano mistero.

Questo mio sguardo sospeso tra il lusco
e il brusco, spirito mitesevero
né tutto nitido né tutto fosco,
s’aggira d’ansiose mani foriero.

Il piede che s’inselva non ritrova
il dolcetriste che acquieta e ristora,
chiuso asilo remoto dalla storia,

ma supplementari tracce a riprova
di un andare la cui traiettoria
è alle calcagna della buon’ora.

Revenant Pinocchio

Bravo Pinocchio! Crebbe e sposò Alice,
giunse a lor l’uzzolo d’acquistar casa,
quale lido è miglior per dirla evasa;
‘l tarlo divagò in men che non si dice:

giù, canta la prefica ammaliatrice,
anche su, ‘l fango l’appalta e l’invasa,
nel mezzo, d’ogni dolo vien pervasa;
svanì così ‘l lare e l’aura felice.

Macché scrittori, poeti e naviganti,
disser: qui vol’altro che quattr’occhi,
questo, signori, è un pese di briganti,

vorremmo che qualcun si penta e arrocchi.
Le fiabe son rimaste dominanti,
meglio tornar nel paese de’ balocchi.

Riflessione (in un sonetto capovolto)

E ti levi su paesaggi perduti
intimità che specchia stagioni,
e ritorni inquietando ragioni
al rosario dei giorni compiuti.
I rimpianti negli anni più acuti
comprendi al timore dei tuoni,
come bimbo i propositi buoni
giurati nascosto in angoli muti.
Sei campo che devasta tempesta,
se lo scroscio concede una sosta
disperi quale raccolto ti resta!
Così al dubbio che si manifesta
illude il vuoto la sola risposta
nel domani che lento s’appresta.

Scuoti i pensieri, anima mesta,
soffri la pena come una crosta
quando sul viso tenace funesta!
Già senti che speranza s’arresta,
quasi avessi giocato ogni posta
avvilisci in tratti d’ombra molesta.
Più non ritrovi però l’hai avuti
giorni ben forti di convinzioni,
sfumati al pari delle canzoni
accenno di accordi incompiuti.
Fa che il passo dei passi vissuti
ancora emozioni di sue emozioni;
una voce dia voce a quei toni
dove il tempo pare tempo rifiuti.

Riparo in greto d’ombra

Ci basteremo un altro giorno franti
dal nugolo di affanni e l’io solcato
s’incenserà in riflessi, e pur distanti
l’una saprà dell’altra voce il fiato.

Estranei all’oro cupo che snatura
la levità del tempo, sospirato
refrain di volo mosso da un’altura
su mute crepe tese lato a lato.

Mosaico agli occhi le ho fermate, chiare
molecole in carezze, cartilagini
sostrato a pose tra parole e cielo

lievi alla pietra, e ancor sottile un velo
di sete e acqua -una prassia d’immagini –
scivola in greto d’ombra ed è già mare.

 

Silenzio

Smarriti in questo mondo tecnologico,
usiamo ogni attimo per trovare dentro di noi
il vuoto, attimi che in verità non sono mai esistiti,
confondendoci la realtà,
facendoci riflettere e ascoltare
in tristezza e in solitudine il silenzio.
Pensieri e idee bussano
alle porte chiuse dei nostri occhi,
mentre le orecchie rimangono appena distese
per ascoltare il nulla che circonda.

Sonetto elisabettiano ggiovane

Bella lì, raga’, ke scrivo ‘sta poesia
so’ messo sciallo, senza andare in sbatti,
ke mi prende una cifra ‘sta kosa, zia!
Scrivo sul cellu, poi whatsappo ai contatti.

Mo’ dove inizio? Tranqi, batto a nastro,
ke racconti ne ho scritti già un bordello,
ma un sonetto, ke storia! È un disastro.
Sono sclerato e sta kosa è un macello.

No, è da insuff! Shifto sul divano,
vado a spararmi Fedez con l’iPhone,
aveva ragione la prof di italiano
ke mi diceva, trenta anni or son:

“A scriver bene non riuscirai mai”.
E se mi sgama mia figlia sono guai.

Sonetto livornese

La tamerice è a du’ passi dar mare,
il libeccio la vòle troncare, lei tutta piegata in avanti.
Il libeccio da sempre la scòte e la ‘mpregna di sale
lei fa da cornice a’ pensieri di pochi passanti.
Sur muro di ‘asa ‘na foto ‘ngiallita
mi dice der vecchio lavoro di nonno
È sur muro attaccata da più d’una vita.
Sur Pontino ‘na voce sguaiata riecheggia nell’aria:
“Boia de’!” M’hanno rovinato, loro!”
Mi pare, sapete, lo sfogo sguaiato d’un ‘omo che dice quarcosa di vago
di vando c’era in giro un po’ di lavoro.
E te, Livorno, ti ri’ordi ir mi’ nonno ‘n bottega a vende’ stoffe e bottoni?
Ti rammenti le donne ar mercato, i cestai e le trottole da’ mille colori?
Stasera sur porto sentivo ‘anzoni stonate di tre pescatori.
Ubriachi di vino eran lì a consolassi d’un amaro bottino.
La mi’ bella città barcolla e svarvola di testa,
lo vedrebbe anche un bimbo piccino.
Ma la Livorno più bella ner cuore è rimasta
con la voce di quer disgraziato a ragiona’ sur Pontino

Struggimento

Madre mia, or che compiuto è ogni affetto
e dal tuo vermiglio nettare, profondo
alimento più non traggo, gemebondo,
con salse stille il tuo sepolcro netto.

Dacché ti avrò solo in sogno al mio petto,
più nulla bramo dall’amaro mondo
e mentre col senno nel ricordo affondo,
l’alba del nuovo giorno malaccetto.

Nel cuore stagna l’afflitto tormento,
vivo pensando a quel palpito estremo
che al sonno eterno ti ha ïeri trasposta;

la tua mitezza, or, l’appello al Supremo
a elevar mi esorta: e io so che non v’è sosta
per l’infinito, enorme struggimento.

Tante tentazioni tentate di vivere

Tante tentazioni tentate di vivere

Tinte di tanti abbandoni

Tante sagome d’uomini sparsi

Spersi tra dirupi a sporsi

 

21 aprile 2017

Tempi

Tempi dove il vuoto ed il nulla ho combattuto
dove indifferenti colavano loro meschine parole e risa
e dove l’inferno li aspettava dolce come l’oro.
Quei tempi dove l’azzurro invece soleggiava dal sole
che spostato dalle onde del mare
colava di celesti diamanti caduti dalle stelle;
un rosso velo su comete di tuoi baci e comete
e le tue labbra così di caldo amore
sussurravano dolci amplessi del mare.
Amor mio quanta strada ci sta accogliendo
tra spine di rose e dolori
ma tra cobalto di un rosso mondo felice
nato da germogli infervorati
di rudi e nudi occhi intrisi di sole.
Mio amore le fulve e celesti ore insorgenti
e trepidanti sorrisi dove culle ed ampolle
piene di Muse ed ancelle e dove lì Amore
dalle piume color del mondo ed amore
così bianche ed accecanti vibrano al sogno
un sogno felice di color del caldo amaranto.
Mia bella amor e ti amo
e tra gioia e gioia per mano
ti bacio dalle rosse mie labbra
cavalcando montagne di acqua e piena dei ruscelli
brilla nel sogno di rudi farfalle.
La gioia ora è compiuta sotto aranceti
ed alberi di castagno dalle tue dolci parole
che hanno tuo viso pieno di vino
e di rozze perle nate da vita
e di nascita nascitura nascente.

Terra lasciata, terra trovata.

Terra abbandonata con amarezza.
Dopo tanto mare che è abbastanza
il grido “Terra!” s’alza di speranza.
E finalmente arriva la salvezza.

Terra agognata per la sicurezza.
E che dispensa cibo e fratellanza
a chi approda, e non per vacanza,
che umilmente ringrazia ed apprezza.

Quella mia terra, che senz’acqua è fango;
dove c’era acqua c’è solo sabbia;
io che ho lasciato, ora rimpiango.

Anche senza sbarre era una gabbia;
da lì son fuggito, ed ora rimango
in questa nuova terra, ma con rabbia.

Terra puttana (24/8/2016)

Mò che fai, te metti a fa’ la stronza?
Sta’ bona, fermate, nun fa’ la casta,
de gioca’ ar rialzo n’ho abbastanza,
ho pagato, ce devi sta’, e basta!

Co’ du’ salti nun sciogli la questione,
l’abito lo rifaccio, stanne certa,
più provocante, come se conviene
a te,‘na puttana tanto esperta.

Caro ometto mio, e datte ‘na calmata!
È proprio ora che la fai finita;
nun me piace de esse’ ricattata.

La colpa nun è mia se m’hai tradita,
tu te fai ricco, io so’ maltrattata.
So’ nata nuda io, mica vestita!

Te brucia la ferita?
Impara a nun fa sempre er fesso,
da domani chiedime er permesso.

Ti prego non andare via

Ti prego non andare via
ti ho ripetuto tante, troppe volte.
E tu  hai solo fatto finta di esser mia
finché le nevi non si sono sciolte.

Ti hanno comprata davvero con poco:
quattro parole e una fotografia.
Non hai capito che era solo un gioco.
Hai preso le tue cose e sei andata via.

Ho ripensato a lungo a quella storia,
al nostro amore acerbo ed indifeso
e solo adesso trovo un po’ di pace.

Adesso che è finita quella boria
al punto che mi sono arreso,
ho accettato tutto e ritrovato luce.

Trepidazione

Passate le sere estive
oscuri penosi pensieri,
come neri destrieri,
fuggono le note rive.

Caldo e afa tardive
si affinano  fieri
nel memento di ieri,
le anime ritornano vive.

Risorgo, fenice,
nella brezza sottile
che la pelle carezza.

Esulto, felice,
dell’autunno gentile
che indora bellezza.
(19/07/17)

Una sera alla finestra

Un brivido sopra le rosse tegole
nel tristo crepuscolo in lontananza
spinge un lieve venticello di fragole
tra lamenti umani e folle paranza.

Le bionde luci delle stanze accese,
le risate, il meritato riposo,
le grevi fatiche ai balconi appese,
il rude manovale al sole roso

dalla finestrella nascosta veggo
mentre uggiosa l’oscurità avanza
e un lieve moto nell’animo leggo;

dirimpetto una bambina che danza
certo ignara dell’angoscia che tengo
come un fosco furfante in latitanza.

 

Urbe Amada

Da tute mi son tanto atirado,
qualcuna de bela la gho trovada,
de tante son’ncora afascinado,
ma sol ela del me cor s’ha apropiada.

Certe iè stàde una gran ciavada,
con qualcuna gho solo ben zugado,
qualcun’altra l’ho sol desiderada,
ma sol de ela mi son inamorado.

Beghina, con tanta religiosità,
stizinosa, ma de cor tanto bona,
laboriosa, con gran generosità.

Me, vetustà signora e parona,
non ne separerà la mortalità,
amada urbe nativa, Verona.

 

 

Vecchiaia

Mi tappo tutto ‘r “tetto” cor berretto

per via de’ “riscontri” della vita…

e cor pallétio ‘he ciò per elle dita

er bello, è quande vad’ar gabinetto!

 

Faccio du’ passi ‘n casa gliè ‘na gita,

er fiore proebito è ‘r piscialletto,

e ‘r cachi nun lo mangio per rispetto!

Poi ‘un posso più assaggià la ribollita

 

sennò mi dò dell’arie giorno e notte!

A desinà ‘n brodino sopr’ar pollo,

a ccena caffellatte o mele ‘otte.

 

Se bado a ‘un inciampà mi tronco ‘r collo…

Ma io ‘un traballo, ballo da me solo,

sono ‘na foglia secca, aspetto ‘r volo.

Vestita di nero

Sei figlia estiva della natura,

il frutto puro di una terra ardente.

Vestita di nero, tenue creatura,

colma di sensualità evidente.

 

Al tempo chiedi d’essere matura.

Mani ansiose t’abbracciano, perdente

sottratta alla vita, resti figura

di morbida bellezza mai cadente.

 

Infatuato dalla tua essenza,

ti porto a casa mia per affondare

la lama del coltello con urgenza.

 

Il gusto amaro devo eliminare,

cucinata muti la tua presenza.

Melanzana sei pronta da mangiare.

Via Marconi

Rosse alle traverse, la domenica
nel momento di massimo splendore,
uno di noi, fascino d’attore,
ci insegnava l’arte della mimica.

Oggi svanita, ma non dimentica
di notti, volti, sere e qualche errore;
sui vent’anni dominò il colore
impresso in quella via profetica.

Il destino, quindi, era nel nome
tracciato in una forma di contatto
sensibile ad immagini pulsanti

di quanti, in guisa di sgomenti amanti,
rimpiangono momenti senza scatto,
bellissimi, come le stinte chiome.

Viaggioa vuoto

Cavallo di velo –nuvole bianche-
corrono veloci per le contrade
e i ricordi percorrono le strade
al margine dell’eco d’affanno stanco.

La musa guida vuoti duraturi,
sale l’ombra del poeta solitario,
lo sguardo accollato all’abbecedario
allunga la sua ombra grigia sui muri.

Scendono ore senza idea né verso,
nulla penetra la rima sonora,
la pagina bianca è la dimora

del fantasma lirico che ristora,
fermo in controluce appanna l’idea,
nulla si distrugge ma nulla si crea.

Volta pagina

Gira ancora forte nella mente
l’incanto ch’era nato a prima vista,
l’onda più bella or spuma assente,
riflesso dentro che or ti devasta.
Restar nel buio pesto coi fari spenti
non dà al mesto cuor quel che gli serve,
cercar tu devi d’andare avanti
per esiliar dal petto fitte e larve.
Dalle pupille togli il suo velo
per liberarti dal sogno più sleale:
l’ombra che ti lascia sempre da solo.
Stella caduta, or senza un cielo,
al vento srotola le chiuse vele
per esser pronto per un altro volo.

Vorrei riavvolgere il nastro

Vorrei riavvolgere il nastro
tornare indietro
a quando ci guardavamo con occhi da bambino
e mi tenevi forte la mano per insegnarmi a camminare.

Vorrei tornare indietro a quando
cominciavo a camminare e se traballante qualche volta cadevo,
eri sempre pronto ad aiutarmi a rialzare e mi spronavi a continuare.

Vorrei tornare indietro  a quando il potere della musica era tanto,
le parole ti entravano dentro e si firmavano sulla pelle,
le serate passavano tranquille con le chiacchiere davanti ad un tavolinetto della gente
e le stelle stavano solo nel cielo splendente.

Vorrei tornare indietro a quando
pensavo di poter volare, e ci si poteva fidare di alcune parole,
i fiori stavano ancora sulle siepi e le nuvole nascoste dietro le montagne.

Di musica tanta ne è passata,
portando con sé  sorrisi ingenui e  occhi da bambino,
tante pagine sono state strappate,
alcune persone sono cambiate, altre sono volate.

Alcune melodie sono rimaste; leggiadre come una carezza a volte riaffiorano,
ricordi di spaccati lontani,
ma le nuvole, ancora, dietro le montagne le hanno portate.

Zarén

23 dicembre 1931
Zarén, Giuanèla, Giuanén, Giumèss,
Giuletu Pustén, Cinq Umenuni del
Spaléra gloria del lenguàgg nostel
Spetascè Gesϋ in môrt! Ma Èl fϋdèss
Minga vera: ma se hin môrt stì stafèss
Pièn de bôn vén, ghèm amò ϋn Busèl,
Poetta Piero Marell padér Francesl
Vìff scrivènt che ul Signur insèma ass
Nazario e Cèlz ghe l’ha mandà a post
Per cunservà ul noster lenguàcc ora
Gaudiosa de Verén inscì nϋm ohh!
Mangia cagiada cunt sti bravi òm nòst
I sètt Meravèi tϋcc in cà ora
I prém cìnq, Marèll e sètt la Gésa ohh!

8 dicembre 1985