Sonetti in concorso

‘N abbraccio…

Tutti ll’anni per me è ‘n appuntamento,

indà’ dar pioppo giù ‘n fondo alla valle.

Ma oggi… so’ stanco, ‘rivà’ là è un tormento,

un afa!… Ér grano ha già le spighe gialle,

sotto ar sole, ‘un c’è ‘n alito di vento,

c’è rosolacci, danzan’ le farfalle,

c’è ‘na cïala… ma mi paian’ cento

con quér frinì’ da ghietro alle mi’ spalle…

 

Ér prossim’anno ‘hissà se ce la faccio

a rivedé’ ér mi mondo, la radura…

Ormai lo so, son preso da un malaccio,

 

ciò pòo da illudemmi, ‘un c’è la ‘ura!…

Guardo ér mi’ pioppo… poi gni do ‘n abbraccio…

ma vorrei abbraccià’ tutta la natura.

A Cupido

E’ un oceano d’acqua senza sale
la donna che il mio cuore tiene in mano
è un alito di vento, un uragano,
è sole che risplende, è temporale.

In testa ho come un canto di cicale
che mi tormenta e mi distrugge piano
quello che provo, certo, non è umano
però mi piace e forse mi è vitale.

Sono impazzito? Cosa posso fare?
Vorrei aprire nel suo petto un varco,
rapirla e poi portarla nel mio nido.

Prego ogni giorno te, o Dio Cupido,
perché la rossa freccia del tuo arco
possa colpirla e farla innamorare!

A voi poeti

S’io poesia fossi mi annoierei

nell’essere in eterno quella sponda

che sola attende schiumosa l’onda

il cui suono avessi orecchie udirei

Di vivere su un foglio mi dolerei

se non fosse di pensiero profonda

la parola che vola vagabonda

nel cielo blu che avessi occhi guarderei

Ascoltate ora, o poeti, il lamento

che nasce dal vostro scrivere versi

che muoiono come pianto nel vento

E ridateci tutti i giorni persi

a cercar sulle sillabe l’accento

e donateci infiniti universi

 

Alessandro

Così ti trovo perduto al punto
che potresti esser solo nell’estasi
d’un’altra prima idea venuta
senza progetto e senza intento.

Hai accolto il genio in sosta,
si è riposato nella tua testa,
ora percorre una nuova strada
verso il polso, le dita, la carta.

Col respiro contratto ti osservo
mentre la tua anima si fa atto
e mi chiedo a che ti servo

se non sono dell’etere che muove
dentro te l’istinto più elevato
né il grossolano amore.

Allo specchio

Amo la rima
eppur mi lascio andare
al ritmo che decidon le parole,
la mia unica prole.

Bambine irriverenti
che rompono lo specchio in cui mi vedo
stravolgono i ritratti del mio credo.

Mi chiedo:
davvero sono io quella creatura
che scambia il coraggio per paura?
Colei che mette in ordine la stiva
per ritornare a galla un po’ più viva?

Si affaccia un sorriso alla mia bocca
lo sbatter delle ciglia che rintocca,
perché se una parola è stata scritta
la strada che era storta segue dritta.

È come se nel buio che ti offende
ci fosse una luce che si accende.

Mi dice la parola appena nata
con aria indulgente e innamorata:
il pensiero che sul foglio vola
se tu lo scrivi non sarai più sola.

Beat

Quando tutto è spento,
quando c’è il silenzio,
ti penso.
Uno scatto fisso,
odio amore misto,
ti sento.
Ancora nel tempo,
come acqua vento,
ti detesto.
Ma è nella notte,
che il cuore batte,
si sente.

Cadute

Chi non è mai caduto, nella vita?

ma niente drammi o mortificazioni,

perché in fondo uno sbaglio, una ferita,

qualche ricordo, un po’ di escoriazioni

-di pelle o di emozioni- anche brucianti,

possono pure ben rimarginare.

Basta che, senza il graffio di rimpianti

a riaprire memorie sempre amare,

senza gravare il peso dell’errore

con l’eco di rimorsi e di lamenti

tanto pungenti, troppo logoranti,

sappiam trovare in noi, nel nostro cuore,

nella fede e nei nostri sentimenti,

la forza per rialzarci e andare avanti

Canto dell’amore negato (Cesare Pavese a Constance)

«L’ho creata dal fondo di tutte le cose

     che mi sono più care, e non riesco a comprenderla»

Pavese, Incontro

 

 

Le tue mani hanno sentieri segreti,

valli profonde come l’alto mare,

segnali di sconosciuti   alfabeti

che non riuscirò giammai a decifrare,

 

le tue mani sono intrecci di reti

intricate inabissate nel mare,

le tue mani sono boschi irrequieti

in cui svaniscono le mïe care

 

esplorazioni di terre ridenti,

e la ricerca di aperti orizzonti,

come lontani e grandissimi vènti,

 

sono balenio di sempre nascenti

miraggi di irraggiungibili fonti

di fresche e serene acque lucenti.

 

Canzone di Serenella

Ruscelletto che sussurra,
fronda fresca che stormisce
da lor nacqui la stagione
in che il bosco rifiorisce.

Serenella è il nome mio
che mi diede un giorno il vento
che spirava denso e caldo
nel meriggio sonnolento.

Gli uccelletti spensierati
dei miei giochi sono amici
e se canto la mia storia
con me cantano felici.

Quando il cielo si scolora
nella fredda notte nera
mi addormento insieme ai fiori
per sognare primavera.

Finché ancor sorride il sole
e rugiada fresca beve
e mi sveglia dolcemente
dal mio sonno lieve lieve.

Chiedere

Chiedere al sole

di riscaldare

il mio malandato cuore,

per riscoprire

un nuovo e più

pulito amore che,

non mi faccia soffrire

ne mai imbestialito redarguire.

Chiedere al sole pulizia

nei sentimenti,

per non più feroci

ed anche malati giuramenti…

Contemporanea

La spiaggia su cui vado è uguale
non ci sono alghe o conchiglie
solo cocci e vetri di bottiglie
e in fondo non è poi troppo male

I sorrisi – quelli da ospedale
che ho imparato nelle guerriglie –
i rimpianti – che ho alle caviglie
d’un benessere dittatoriale –

li abbandono gettandoli dietro,
come sabbia trascinata dal vento,
come foglie d’un ramo spezzato

vado scalzo sui cocci di vetro,
sono rabbia di antico lamento,
sono scabbia d’un tempo malato.

Copacabana, ed io

Sono arrivata a Rio senza visto…

Qui è diverso, è diversa la legge.

Alla fine tante cose ho scoperto,

ho visto il Redentore, il suo volto,

il Pão de Açúcar, Botafogo, il porto.

La samba, la gioia, ho vissuto il sole

son venuta qui sperando di amare,

ma le mie esperienze son state amare.

Si, ho conosciuto persone sole.

Mi son sentita in trappola. Ne porto

i segni sul corpo, nel cuore, sul volto…

Ma dopo la pioggia il cielo scoperto

sono indescrivibili. A chi legge:

io sono felice perché l’ho visto.

Cosa direbbe Erasmo?

mi alleo con te inesauribile di fiori
mi alleo in pace bellezza mille ideali
di te serbiamo miti antichi nei cuori
e come allora sull’isola candide ali

ancora c’inebriano ad onta dei mali
il profumo del croco e d’Esiodo i tori
del rapsodo cieco i sagaci pensieri
le voci di Profeti e i divini Evangeli

al capo sii corona con care radici
di albero della vita le alate fronde
in una nuova era di popoli amici

offri bene, copiosi doni preservaci
nei moti liberi di menti profonde
giorni e giorni fai circolare pacifici

Democrazia

Se sol’ uno comanda è Monarchia:
unico volere quello del sire.
È governo di pochi l’Oligarchia,
con tutti gli altri a ubbidire;
quando eccede diventa Tirannia:
soprusi e danni a non finire!
Potere al popolo, Democrazia:
questo sì! è meglio. Lasciami dire:
ogni cittadino vota e sceglie
chi lo rappresenta e lo governa,
chi fa ogni bene e nessun male!
Ma… se ci si sbaglia e si presceglie
chi arraffa, imbroglia, ci squinterna….
Allora il disastro è totale!

Demoni

Riesco a percepire
un vuoto smisurato
che voi chiamate lutto
e che mi uccide dentro,
poi stermina sorrisi
cercando di rapirmi.
Eppure sono vivo,
scampato a strade impervie,
segnato ma mai domo,
dopo una lunga lotta
che ha vinto i miei fantasmi.
Le lacrime che bevo
mi furono avversarie,
per mesi, giorni e anni
sembravano fuggire,
ed ora sono qui,
mi scorrono sul volto,
mi dicono parole
e bagnano il mio cuore.
E se mi volto indietro
è per testimoniare
che è stato un bel cammino
scoprire il mio me stesso.
Ma ora io lo so che
i demoni bastardi
che tengono il tuo laccio,
ti serrano le braccia
non posso eliminarli,
è tua la lotta, il fato,
il cuore e la passione.
Ti possano guidare
assieme alla tristezza
di tutto questo tempo,
di un letto così vuoto,
le immagini radiose
dei quadri di Van Gogh,
di un principe e una rosa,
di un film che non finisci
e di tutti i caffè
che non hai più bevuto.

Dolce orecchio, accogli le giuste lodi

Dolce orecchio, accogli le giuste lodi

“Le braccia fresche, gli eleganti modi”

Per tutto questo e quant’altro ancor odi;

Contemplati insieme a noi e con noi godi!

 

Splendido occhio, il severo tempo preme

E al sol pensiero l’anima mia geme,

L’umil pensier che al pensar di te freme

Prigionier delle tue beltà supreme.

 

Mano d’ebano dal mirabil tatto,

Non t’insozzar volgendo all’umil volgo

La misericordia delle tue cure:

 

La vita scorre e anche s’io me ne dolgo

Terminerà presto o tardi il tuo tratto

E non sprecarlo per le vil creature!

Dopo la pioggia il sonno. Soffia la pioggia alla finestra.

Odo il calore del termosifone,

seduta inerte al banco vuoto,

ad assaggiare the alla menta;

mentre brulicano voci stordite,

un tuono balza nella testa.

 

È il mercato delle banalità,

dove i diritti pagano i bisogni,

e in tv volano alti gli insulti,

scordandosi le fughe dei cervelli,

da campi poveri di grano,

mentre la fame vive in città.

 

Sotto ancora lo stesso cielo,

il giorno segue il passo umano.

Dorme sulla sedia il padre per noia.

El posto / Il posto

For sto posto dal turismo de màssa,

sta rarità che sempre rovinerà.

Schei non se porterà in qualche càssa

almen el sarà belo, è preservà.

 

Parchè interessi, moda tuto scàssa,

quanti bei posti ormai ié sta guastà,

resta sol cemento, sgaiule e ariàssa,

ci ama la belessa, ciò ben el le sà.

 

La natura gran meraveie la creado,

ma la bestia, che ga la conoscensa,

l’omo tuto in peso la cambiado.

 

Capemola sta antica sacensa,

“El mondo dai nostri fioi ne prestado”,

quindi rendemoghelo con cosciensa.


Fuori questo posto dal turismo di massa,

questa rarità che sempre rovinerà.

Soldi non si porteranno in qualche cassa,

ma almeno resterà bello, è preservato.

 

Perché interessi, moda tutto scassano,

quanti bei posti ormai sono stati guastati,

resta solo cemento, immondizia e ariaccia,

chi ama la bellezza, ciò bene lo sa.

 

La natura gran meraviglie ha creato,

ma la bestia, che ha la conoscenza,

l’uomo, tutto in peggio ha cambiato.

 

Capiamo questa antica sapienza,

“Il mondo dai nostri figli c’è stato prestato”

quindi rendiamoglielo con coscienza.

Esser sia

Sia fuoco l’agire delicato forte

per scoprire il vero chiaro inizio

dentro le stanze delle sacre porte.

In effimero loco trova il vizio

 

estirpalo sempre celeste amore,

luce sii cavaliere maestro saggio

in terre verdi scalda con fervore

l’interiore intrepido paesaggio.

 

Temo e tremo e prego e spero

offrendo all’Altissimo sacrifici

per rinascere tutto, esser vero

 

oro splendere in occhi serafici

questo solo o Re chiedo e voglio,

diventar completo seppur spoglio.

Estate

Sì stringeva di lontananze arroventate

la verde e polverosa parete di collina,

si distendeva tra Fiordalisi e papaveri nella sabbiosa estate di febbri afose.

 

E staccata dagli stampi d’azzurro

L’ombra improvvisa di un confine di fresco,

un soffio di crepe si posava

sullo smalto delle tue pietre,Vetulonia.

Ancora mi riparavo,tra siepi di campagna,

Tracciavo il profilo della dell’asciutta schiena

Tra curve rosse d’immobili arsure

Con tonfi di grano tra fiere di cicale.

 

Tinte di villaggi velati e deserti

tra ragnatele di toppe nell’ago del maestrale

tamburi di fuoco e profumi di fragole,

mi bruciava L’estate in una visione

tra lampi gialli di fiori che ronzavano

sopra collari di caldo nell’aria

nel coro di rame della mietitura,

Cornice di Linee riarse

di un canone immaginario e antico.

Fai traboccare di luce i miei occhi

Fai traboccare di luce i miei occhi

come una goccia in un mare d’incanto,

come una lacrima immersa nel pianto

chiuso nell’anima quando la tocchi.

 

Quando nel vuoto rivedo i tuoi occhi

come due lampi di brusco rimpianto,

scopro che sono i tuoi occhi soltanto

pieni di candidi e muti rintocchi.

 

Ma sulle ceneri della mia vita

brilla una gemma di luce infinita,

fin dove ha voce la gola sospesa

 

sopra l’abisso di un tacito pianto,

e dove l’ovvio si muta in sorpresa,

dove ogni brivido diventa canto

Flow di pensieri

I palazzi ombreggiano l’asfalto
Nei meriggi assolati dell’estate
Le paure impaurano di meno
Raccontate col cuore in tangenziale.
Sparecchiato in cucina i neoplatonici
Si ubriacano e Marzullo sottovoce
Intervista la gente dello show
Mentre il tempo trascorre tra le righe.
Dei rumori di passi riconosco
Che mi portano fuori dalla tana
Come musica: amo tra milioni
E milioni di stelle il mio bocciolo
Mio perché ne conosco il viso, il nome
E guardarlo mi rende un po’ più quieta.

Foglie

E poi su tutto giunge l’ autunno.

Foglie gialle, rosse, qualcuna ancora un poco verde,

Cadono a terra,

Ma senza farsi male.

 

Mi piace mirarle,

Ora che non sono più giovane,

Ho tempo.

Attendo una folata di vento, e mi diverto a guardarle.

 

Si alzano, vorticano, danzano in tondo simili a streghe.

E mi spiace, quando il vento si queta,

Vedere che si adagiano un’ altra volta a terra.

 

Poi vengono calpestate,

Come le mie opinioni.

E mi sento anch’io una foglia gialla, secca, polverosa

Fuorché un uomo

Bramo essere

animale,

per non essere

giudicato.

 

Un pesce,

per essere

muto

e non poter

trafiggere

con la parola.

 

Un’aquila,

per essere

superiore

senza

schernire

alcuno.

 

Tutto,

fuorché

un uomo

insensibile.

Futura

Parole ingabbiate

in un corpo rigido,

di un sentimento espresso

dall’assenza reso

 

Scalda il gelo del cuore

il pensiero di te che non sei

ma sarai.

Quali capelli accarezzeranno le mie mani?

Silenzio.

Le scarpe infilate dai pigri piedi

verso un possibile incontro

incedono

Sul piano obliquo del tempo

che corre verso il nuovo anno

spinge il desiderio di un moto che scuota.

Gatti in musica

Libere e mitiche creature,

nelle nostre vite onnipresenti

con allegria e senza lamenti,

donatrici d’ore, leggiadre e pure.

 

Creatrici di suoni d’argento,

olistiche angosce assenti

con loro giochi e divertimenti,

musiche soavi spargono al vento.

 

Sui tetti, di stelle, infinitogramma

simili a note, danzanti e splendenti

accendono nei cuori calda fiamma.

 

D’agili sinfonie compositori

con mantelli morbidi e lucenti

dolci felini, di luna cantori.

Giochi rossi d’oblio

Ho visto dei timidi fiori rossi

nascere all’ombra di boschi folti

E voli di corvi dal vento smossi;

Pianti di vespe dal cielo accolti.

 

Ho visto dei piccoli fiori scossi

dalla polvere di campi incolti.

Lo strazio di steli verdi rimossi.

Di petali sparsi mai più raccolti.

 

Ho visto un canto rosso di pena

torreggiare come l’arcobaleno

tra le voci color sangue di vena.

 

Ho visto un fiore che si dimena:

Un Papavero rosso tra il fieno.

E l’autunno che lo coglie di schiena.

Gioia desueta

Afose giornate estive
Tanti pensieri si affollano
Sottratti dalle onde trasversali

Distesa di sabbia
Modella le tue fantasie
Soffice ti accarezza il viso

Musica soave
Continua a suonare
Accompagna le tristi giornate

Sole splendente
Brucia le sofferenze
Illumina il sorriso dei passanti

Poi arriva la notte
La nostalgica luna
Soffia l’ilarità

Deprimente alba fatata
Colora il cielo
Con le candide ali

Torrida stagione
Cela un enorme mistero
Negato dalla natura sprezzante

Guardami ancora

Mi ricordo quando ancora bambino

ci si riuniva tutte le sere

con la famiglia accanto il camino

o tutt’intorno al calor del braciere.

 

Ed ognuno di se si raccontava,

e mia nonna ogni dì una storiella,

mia madre allor mi coccolava

all’antico profumo di un’umile frittella.

 

Si dice che il progresso è or giunto

con whatsapp e like nei veloci via vai.

Non verdi tralci ma diventiam rami secchi.

 

Era scomodo il braciere defunto

ma tanto mi manca il “ciao come stai?”

stringendoti la mano mirando i tuoi occhi

Il giorno più bello

Brilla una stella nel cielo silente

antica storia di luce e mistero

sempre emoziona ogni cuore sincero

letizia dona del mondo alla gente

 

Dolce sorriso di bimbo innocente

piega il ginocchio dell’uomo più altero

dice fratello sia al bianco che al nero

allevia angoscia a chi ancora è perdente

 

Di notte soave ben chiara è l’impronta

sia presto un amico di ieri il rivale

con mano tesa a far pace già pronta

 

Di gioia gran canto in animo sale

il giorno più bello prodigio appronta:

si può di nuovo brindare al Natale!

Il mestiere del poeta

Scrivere poesie non significa

sedere sul Parnaso o sul bugliolo

oziando oltre il tempo dell’oriolo

per scovar l’arte immaginifica.

 

Per trarre il vero in versi verifica

il bisogno d’amore o di duolo:

l’alma eccitata dal vin Barolo

basta a trovar la musa munifica.

 

Suvvia Poeta, non ti crucciare

se nella vita Fama non si mostra

né la Fortuna la fa da padrona

 

perché nient’altro è più accattona

e innocua della poesia nostra:

è questa la sua virtù nobiliare.

Il mio canto notturno

Nel silenzio della notte, la paura

e i sogni si risvegliano dal lungo

letargo e la quiete spegne il dolce

suono di un’oboe d’amore.

 

Crudeli menzogne che ammaliano

il piacere del mio canto notturno,

in questa disadorna e tragica

agonia dei sensi della mia storia,

nel viaggio della zattera scomparsa.

 

Quando le stelle nel buio

della notte risplenderanno

in cielo, nel rutilante cammino

tra le tenebre, aprirò il mio

cuore per raggiungerti.

 

Vorrei regalarti la mia anima,

tra la luce soffusa delle acque

vetuste delle ninfee, e gli impervi

scogli dei desolati inverni.

Il mio vecchio cuore e il mondo

D’oro e diamante vorrei rivestirmi il cuore

e di luce calda e alta ispirazione,

come un eterno tributo d’onore

ché dei peccati sia monito o espiazione.

 

Ma non si può fregiar il mio vecchio cuore

che incede barcollante dentro la città in costruzione,

il mio antico coraggio che ha perduto vigore,

la mia forza primeva, senza più costituzione.

 

Siamo fiamme che si estinguono in fretta,

lacrime divine, ma sporche di terra,

immagini d’Assoluto, ma in una via troppo stretta:

 

e che per salvarle può bastare una guerra?

Non fu abbastanza la virtù più schietta

che Cristo portò, dai ciel, sulla Terra.

Il mistero delle parole

Da un soffio di voce prendono vita

e dalla punta impaurita di un dito

si librano nello spazio infinito

leggiadre farfalle o roccia scolpita

 

si posano dentro e lasciano scie

luminose in occhi pieni d’incanto

umide in guance arrossate di pianto

segni dolenti o dolci fantasie.

 

Ci raggiungono semi di parole

cadono come gocce invisibili

plasmandoci come il silenzio vuole.

 

Sono ali nuove per arditi voli

balsamo buono per vecchie ferite

compagnia per non sentirci soli.

Il Palio immaginato dell’Assunta

Ecco l’ora fatale è giunta

vedo sfilar mazzieri e figuranti

nel palio della festa dell’Assunta

assieme ai fedeli rappresentanti

 

della città di Siena che, raggiunta

la zona mossa in veste di garanti,

rimuovono i sigilli al che uno appunta

la posizione   dei partecipanti

 

ai canapi chiamati e, la rincorsa ,

la decima contrada sorteggiata

del bruco con la spennacchiera addosso

 

decide la partenza della corsa .

Con una magnifica volata

è prima e vince col cavallo scosso.

 

Di lacrime commosso

il popolo festeggia per la strada

col cencio la vittoria di contrada.

Il peso di una condizione

Che dire della noia dei tuoi giorni senza storia

oggi   un fulgido sorriso compare

guardi di nuovo quel risucchio del mare

che un tempo contemplavi   con smisurata gioia

 

E’ vita nuova questa   non fuoco di paglia

giorni sempre mai più uguali corrono ora senza indugiare

tu sicuro d’esser nato solo per odiare

con audacia hai frantumato quella tenace bestia

 

Impalpabile ora voli oltre l’orizzonte sospeso

su quel filo intrigante tra il giorno e la notte

lì ove si captano i giudizi terreni affini a vecchie litanie

 

Sfrenato e sereno procedi per le ignote vie

che il tuo cuore dispensi solo amore tralasciando le ipocrite rotte

sii te stesso e non crucciarti d’aver gettato via quel peso.

Il prato

Siedo beato

Su questo inconfondibile prato,

siedo tra mille pensieri

mi adagio leggermente

su questo manto verde

lo spazio circostante si e’ dilatato

mi sento a tre passi dalla luna

soltanto Venere puo’ starmi vicino.

A volte mi sembra di camminare sulle stelle

Dimentico le mie ansie tra i fili d’erba

Al di la’ del prato ci sei solo tu,

oh musa terrestre!

La natura per te d’amor si veste

Aspetto il sole settembrino

Si nasconde dietro alle spalle del mare

Una luce intensa di la’ si diffonde

Trasportata dalle onde mi travolge,

questo e’ futuro

non lascio solo il mio prato imperituro.

Il Vampiro

Profonda entrasti senza chieder venia
E calda linfa teco risucchiasti,
Come il Vampiro fa nella sua nenia;
T’accolsi, cieco, e Morte mi donasti.

Son preda, adesso, solo e taciturno
Di fredde membra e guardi vuoti e spenti;
Son preda di chi fugge dal dïurno,
E all’ombra mia strisciando van serpenti.

Il bacio oscuro sibila e il sospiro
Inerme l’alma al ciel mi fa spirar;
Canini aguzzi e un liquido ritiro

Io sento dentro al collo tramutar
Il corpo morto in quello d’un Vampiro:
È dolce questo bacio, ed il sognar.

In sogno torna ancora il tuo sorriso

In sogno torna ancora il tuo sorriso

a ricordarmi quanto t’ho voluto

e sale sempre quel dolore muto

quando l’alba dissolve il tuo bel viso.

 

La lontananza e gli anni c’han diviso

storie diverse e amori abbiamo avuto

ci siamo consumati oltre il dovuto

per conquistarci un posto in Paradiso.

 

Ma adesso per il tempo che ci resta

dovremmo stare insieme finalmente

che siamo nati per appartenerci.

 

Non t’ho mai detto “Addio”, ma “Arrivederci”

torna nella mia vita dolcemente

che il cuore già t’aspetta per far festa.

Inconsistenze

Sorgeva dal fondo la processione

decorata di croce e gonfalone.

Svaniva nel nulla passato il santo.

Finiva anche della festa il rimpianto.

Sospeso rovente l’anticiclone

sulle vie quiescenti all’invasione

di sorci i cui squittii eran canto

che Tifone spense con uno schianto.

Gli invitati eleganti e il tuo vestito

bianco. E i corvi davanti al funerale

di tua madre, dietro: scuri parenti.

Volar di cicogne a Calendimaggio.

Dissolvenze, fugacità d’essenti

qual volante inconsistente piumaggio

Inno a Venere

Discendi gli astri invocata

ombra dei remoti mari,
onda dei notturni martiri,
sei tu crudele sirena o dolce fata ?

Nel vergine oceano nascesti
e al viaggiatore alato apparisti,
ai navigli cullati, tuoi astri apparisti,
Sei tu che nei sogni in eterno giacesti ?

L’astro più caro, l’astro più chiaro,
la vela, la ciurma e il marinaio
sognava il tuo cuore sacro.

Invece tu, recavi danno
alcun raggio, alcun faro
il tuo rantolo, il mar si fece calmo.

 

Intanto fuori piove

Dal cielo grigio come spesso suole

gocce cadenzate quasi in armonia

vanno dritte come spine al cuore

ricordi tornano con buia nostalgia

 

Nero, senza nuvole, senza stelle

le rondini nascoste nella loggia

l’anima smarrita scura e ribelle

se l’arcobaleno colori non sfoggia!

 

Scruta la cappa plumbea di cemento

da cui non trapela forma, come muro

tetti, case e il fumo del camino scuro

non vede nulla, ode fischiare il vento!

 

Vede, li disegna, li tocca, li assapora,

la fantasia mette tutto al suo posto

e la forte speme, anelata, riaffiora,

il sole conforta tutti ad ogni costo!

 

Rivede anche quelli che non ci sono più

li ritrova accanto a se, come mai saliti su!

 

Io non dirò che è tramontato il sole

Io non dirò che è tramontato il sole

se il passero non pigola sul tetto,

se l’acqua s’inabissa nelle gole,

se una madre non stringe un bimbo in petto;

 

ma ti dirò che è tramontato il sole

quando la bocca sarà inaridita,

la mente inseguirà soltanto fole

e avrò perduto il gusto per la vita

 

Allora volerò senza paura,

mentre cala la sera sulla terra

e discende dall’alto l’ombra scura.

 

Forse verrà una luce nella serra

dell’orto mio, se più bella e pura

avrò la mente vera che non erra

Isola amena

Bacio di vento, gemma d’amore

Animo cogli in zagara chiara.

Vezzo di mare, porto d’albore

Scibile fulgi: agata in tiara.

 

Ciglio di sole e specchio del cuore

Arso Vulcano dà frutti di giara.

Bimba ridente con aura di fiore

Figli tu piangi in greti di sciara.

 

Plasma di casa e tempio liliale

Vene gremisci in ritmo pugnace.

Lustro di Donna e canto sensuale

 

Tua la beltà eterna e fugace

Terra di popoli, gloria badiale

Vita ci doni in riso vivace.

L’elemento determinante

Il cuore, pur se con amore rima
non sempre però batte per piacere.
La rabbia invece è grande certe sere.
Prima che la tachicardia ci opprima:

conviene ritrovarci a discussione,
chiarire con pazienza, certe cose
che incrinano di brutto questa unione.
A ripararla né orchidee né rose

nemmeno luna, né stelle, né mare
né altre smancerie inutilmente.
occorre qualche cosa di speciale.

Forse esiste, sostanza non banale
che dalle parti, usata similmente,
riesca la bilancia a livellare:

in equilibrio con poco difetto,
semplice a dirsi, ma complicato a fare.
Un elemento che ha nome:rispetto.

L’alba che verrà

L’incerta speme che la notte ha tanto

mortificato, s’è svegliata or ora

e la volta celeste la rincora

con vaghe stelle nel prezioso manto.

 

Vibra nell’aria un solitario canto

d’usignolo che anticipa l’aurora

e al cuore oppresso annuncia la buon’ora

con luce ialina che promette incanto.

 

Quel gorgheggio notturno che allontana

le tenebre e poi tace nel mattino,

s’insinua nella mente e ne dipana

 

il filo scuro che si fa turchino,

porgendo al cuore una radiosa e sana

energia per riprendere il cammino.

L’anno 1 5 2 4 del Signor…

La voce s’era sparsa senza turno:

“L’esercito ribelle di Saturno

razzia i Pesci nel regno delle stelle,

re Giove Pluvio mai il trono abdicherà!”

 

Lo Stoffler, di solito taciturno,

del Sole vede solo il suo notturno:

“La pioggia invade già la terra imbelle,

in fondo al mar ogni amor annegherà!”

 

Giglio puro di ortiche in un giardino,

un edotto pensatore, sentite,

con un indice l’astrolabio stornò:

 

e il Nifo donò a Giove assai gradite

e a Saturno le rose del mattino

e giù nel mondo la luce ritornò.

 

… fu assai triste, ma la luna splende ancor.

La buonanotte

Le onde sono come coperte bianche
che il mare rimbocca piano di notte.
Arrivano crespe e ciascuna inghiotte
il sonno del mondo e le sabbie stanche.

5 E si stendono addosso, che neanche
il silenzio fa così piano. A frotte
ci provano, ma solo una stanotte
stenderà la spuma, fra le altre manche;

coprirà i colori e l’imbrunire,
10 spegnendo la spiaggia e tutto il lungomare.
E dal bagliore di tutte le stelle,

a una a una, ne toglierà tante, quelle
più vicine, quasi per invitare
il mondo intero ad andare a dormire.

La danzatrice

Scivolano le ombre al buio  truce
tra  soffi di vento mite volano,
a fendere l’aria si adoperano,
si fondono in un bacile  di luce.

S’intrecciano braccia e dorate trecce,
ali di seta su varchi fluttuano,
per le  diagonali del ciel lasciano
della  grazia della danza le tracce.

Soave di  vesti il fruscio ascoltare,
guardare il suo candore che riluce.
S’innalza il passo a disegnare incroci

come  poesia di gesti senza voci,
sì sparge la radiosa la sua luce
di limpida magia ad inondare.

La fabbrica

Fuori dalla porta antincendio della fabbrica si vede il mare,
mi scotta il sole se scendo le scale di sicurezza,
apro l’estintore e esce schiuma d’oro,
un re Mida pompiere,
le fiamme diventano un tesoro,
come le parole che ti sussurro nell’orecchio quando dormi,
le gomme bollenti sono geyser risplendenti,
chi dice che e’ stanco di andare avanti,
ma io leggo ancora un’ po e trasformo le panchine di ferro in letti di seta
e le macchinette in cirri e pezzi di cometa,
senza fretta giro un’altra pagina,
solo così so che il tempo non mi fara’ male,
più’ leggero se lo leggerò.

La profetica visione

Insonne per la calura estiva,
andai a leggere nello studiolo.
Dallo scaffale afferrai a volo
la Commedia dantesca creativa

di ogni visione ricca d’inventiva.
Se funesto sogno come unghiolo
straziò nella torre il Conte solo
davanti all’inedia distruttiva,

anche per me onirica visione
cagione fu di forte scoramento:
sognai un mondo senza educazione,

il turpiloquio usato in parlamento,
i più ignoranti a far lezione
sui social media e in televisione.

Ma dov’è la ragione?
Dante m’apparve dietro il velame
e indicò la Cultura nello strame!

La stagione dell’amore

Senti nell’aria quel vivo tepore

che profuma di miele? E il lieto canto

al cielo terso dei mandorli in fiore?

E il mormorio del ruscello, che intanto

 

fra i campi di smeraldo con ardore

già scorre? Guarda, vestita di un manto

di festa, esulta la terra, ed il cuore

sorride, tutto immerso nell’incanto.

 

Danza, fanciulla, al suono della lira,

ridestati dal sonno dell’inverno,

Proserpina ha riacceso la stagione

 

degli amori. Non è dolce illusione

Primavera, ma idillio che in eterno

si rinnova, e passione ora ci ispira.

La stella del mattino

La stella luminosa del mattino
s’apparta con la notte appisolata.
Illumina la guancia d’un bambino
che sogna la sua mamma indaffarata.

E l’infinito brilla dentro al tutto,
intona un canto magico ed eterno.
La dolce luna attende il suo debutto
nell’universo tenero e paterno.

Io credo che a qualcuno sia piaciuto
donarmi questo pezzo d’infinito
che adesso stringo forte nel pensiero.

Mi son convinto che gli sia dovuto
saper che in cuore tanto l’ho gradito,
sapendomi nel mondo passeggero.

La stella della sera

Splende una stella, nel letto del sole,

ti supplico, piccolo astro dorato,

proteggi il fratellino addormentato,

la casa nascosta tra picchi e gole,

 

fabbrico scarpe, rimpiango parole,

sibila il vento nell’antro gelato,

sogno la mamma, quel volto fatato,

la voce dolce, l’aroma di viole…

 

“Sei il più grande,” sussurrava la mamma,

“devi aiutarmi, ci serve il denaro…”

Ed eccomi qua, con gli altri bambini!

 

La frusta inclina la debole fiamma,

l’anima fugge, non trova riparo,

il sangue rovinerà i mocassini.

 

La trascendenza dell’Amore.

Odevo nel vento il suon del tuo nome,

risuonare tra le sponde dei campi,

nell’aria rosea e tinta d’Amore,

propagarsi con alacri rimbalzi;

 

parea or di fiutare il tuo odore,

parea or mi figurassi innanzi,

col tuo radioso novello bagliore,

così rara, prodigiosa, t’innalzi;

 

e un fiore germoglia ovunque ti posi,

con fertile tocco crei nova vita,

tra sterili lande e campi erbosi.

 

O Benedetta tu sei come Anita,

eroina di due mondi in simbiosi,

folta di spine, ma rosa fiorita.

La tua risposta

Solo quando avrai letto

le parole che non ti ho mai detto,

capirai quanto mi costa

dover attendere la tua risposta.

 

Non c’è legame più forte

Che unisca fino alla morte

Due anime che si sono incontrate

E perdutamente innamorate.

 

Per questo ho scritto cento

e poi mille lettere d’amore

per arrivare al tuo cuore.

 

Non nascondermi il tuo sentimento:

sarà per me ogni tuo messaggio

come del sole un raggio

La Zanzara

Già la zanzara morde fastidiosa
la caviglia e l’afa strozza il verbo:
ch’esso mi narri storia prima ancora,
resta fiume di rabbia nella gola;

poi tu continui caldo a strapazzarmi,
dicendo come vivermi la gravida
ingiustizia del nostro stare al mondo
e come sopravvivere, aggiustarmi,

farmi adulta: guarda, lasciami stare,
non è cosa, non è casa questa stanza
serrata di cucina a luce bassa.

Taci, non dir parola, sbrana avanzi
della cena, (tu dolce amore mio)
buon appetito: io esco di scena.

Latitudine notturna

Irrimediabile e scostante un’altra notte
si avvinghia sulle mie stanche spalle.
Da compagnia il batter dell’orologio
mi affascina come una dolce scoperta.

 

E il timore del contatto umano colgo,
di finire tra i saluti convenevoli
di scorgere un lampo d’amore
che pure mai vidi passar di sfuggita.

 

Tremante sono a scendere le scale
senza motivo, come manovrato
da un’orchestra di mani invisibili
e fredde che segretamente deridono.

 

Senza dir nulla, senza proteste nutro
con passione questo sfacelo interno
ogni volta diverso e inconsueto
come l’infrangersi delle onde marine.

 

E mi prendo cura degli orti che a caso
incontro, costruendo e disfacendo
dei perimetri dove mi pongo
in contrasto dall’ambito quieto vivere.

Le cose di ieri

Avevi il volto dei chiari cristalli

fulgida luce che si dona ancora

mio fiero amore tu sai qual è l’ora

dei falchi ai picchi e le corse alle calli.

 

Era quel tempo maroso ai coralli

che ai piedi stanno così come allora

dalle acque fonde quel bianco colora

le tue radici, le fronde, le valli.

 

Là dove foglie incontrarono rocce

regna Dolomia, dei mari regina

tua sola grazia, lietezza di gocce

 

di me che in fondo rimango bambina

e colgo fiori nascosti in saccocce

e spine rosse trattengo e si china

la mia chioma corvina

 

a te , mio monte, alle cose di ieri:

forse ero io, forse no, solo pensieri…

Le nuvole

Un’intera notte

resterei

sotto questo soffitto di stelle,

anziché

fissare

il bianco soffitto della camera.

 

Nell’aspettar

Che l’alba s’illumini

M’inchino dinanzi alle nuvole,

viaggiatori

senza ali.

Le onde e il non ritorno

L’una accostata all’altra quelle case

calcinate finestre di alveare

in affaccio, dalle scale in cimase

a scivolare minime nel mare.

 

Da un buco la stregonia alita ai muri

pura e impudica di ritorni attesi,

regge la chiave snodo degli scuri

un tintinnare in viottoli scoscesi

 

all’ombra ladra, e noi moltiplicati

per ogni volto ricomparso, assente,

siamo la riva che non vede il porto

 

in tumuli d’amore mai risorto.

Simile a cima pencola la mente

rotte le onde in secoli di fiati

Liquidità digitale

E sono finito dentro un’onda
che trasporta bit al posto del sale,
fa diventare tutto digitale
e in questo liquido tutto affonda.
Sarà forse una vita feconda?
Un giorno su instagram sei virale
ma su internet cosa c’è di reale?
Alla fine la terra è sempre più tonda.
Siamo tutti dagli schermi rapiti,
operai, suore, soldati e dottori:
ci iniettano i bit dritti nelle vene.
E chi produce lo sa molto bene:
per essere bravi consumatori
è meglio essere rincitrulliti.

Lo scoglio e la fine

Lo scoglio sperduto e solitario

alla furia degli spruzzi resiste

soverchiato da convulso sudario

ripartito in mille ametiste.

 

Atterrite, le alate creature

verso la rupe inseguono scampo

ed al bagliore d’un vivido lampo

profilo scorgono d’ignote paure.

 

Sorge d’abisso bestiale ruggito,

sembra ghermire l’intero universo

come un miraggio, tutto svanito!

 

Remoto d’isola lembo emerso

strenua difesa oppone sfinito

fin quando cede al fato perverso.

Lo smartphonne

‘Un mi ci raccapezzo, è un mondo strano
che sian seduti o che siano in cammino
uomini e donne l’hanno sempre in mano
e mai lo lascian, quel telefonino!

“Non lo chiamar così, nonno, è da anziano!
Si dice smartphone” fa il mi’ nipotino
“Con quello il web hai a portata di mano,
praticamente gli è un computerino!”

Mah, sarò vecchio e di cervello duro
ma se camminan e guardan quell’affare
non è che vanno a battere ni’ muro?

Ti sembra il modo di comunicare?
E’ una bella invenzione di sicuro
ma ‘un sarebbe più semplice parlare?

Luglio. Di luce colmi gli occhi, e canti

Luglio. Di luce colmi gli occhi, e canti,

e tra i ‘ristucci’* biondi balle d’oro

immote giacciono al sole sonoro.

Innamorate faville danzanti

 

brillano a sera con guizzi eleganti

e dopo muoiono, malgrado loro

non chiedano perché. Cerca ristoro

quello stormo di passeri, incuranti

 

dei rischi incorsi. Sottraggono grani,

e paglia sì da edificarsi un nido.

E il vento che vien dal mare non tace

 

di sofferenze e soprusi lontani

ma la sua voce dice, come un grido,

‘tutto sfiorisce nel tempo fugace’.

 

 

* ristucci sta per stoppie ed è un termine preso in prestito da vari dialetti del Sud Italia.

LUNA

Nell’infinito della notte

una sottile luna sghemba

distende l’esile arto

incurante della tempesta
che ruggisce il buio

L’ombra malinconica

di alberi scossi dal vento

striscia sul dorso lattiginoso.

Abbraccio d’amore

che profuma di terra

cieco all’enigma della vita

M’È DOLCE SOLO QUEL RESPIRO INFANTE

M’è dolce solo quel respiro infante
che tenero s’infrange sul mio volto,
scorgo la vita in esso e in quell’istante
m’avvolge col suo far più disinvolto.

È lì ch’affiora limpido e costante
un sentimento delicato e colto,
è lì che provo, dal mio cuor tremante,
l’amor più immenso, da restar sepolto.

M’è dolce ancor la lepida sua voce
ch’ascolto così vera e raffinata
uscir da quelle labbra vellutate.

Seppur l’ingenuo naviga veloce
tra le sue fitte trame, par celata
la voglia in lui di mete inaspettate!

Mani di giovani

Al mondo ci son tante mani

benedette, scure, nervose,

sporche, vigorose o callose

che lavoran oggi, chissà domani.

 

Altre pallide, scarne o rosee mani

di agire e produrre desiderose

di ragazzi e giovinette industriose

per realizzare progetti l’indomani.

 

Voglion tante giovani mani

esser attive, lasciare le fantasie

vendere magari solo zucchine e patate

 

e realizzare sogni di innamorate,

e invece … scrivono solo poesie,

costrette a inseguir miraggi lontani

Mattanza per mano d’ordinanza

Poi tutto passò per l’indifferenza

il tuo valore, la tua vita

ancorché in conto non infinita

ma nemmeno a termine per violenza.

Triste ricorre sempre una domanda

specie se la mano è d’ordinanza:
“Se chi veste divisa fa mattanza,

cosa fa la società in veranda?”.

Nulla insieme, tutto inutile ognuno

dove non è la piazza per parlare

guardarsi negli occhi, senza paura

 

di cadenzare versi di cultura,

ricordi al cuore il presente di amare

e alla mente lo scempio del digiuno.

 

Né vuoto né pieno

L’amore non riempie, non svuota,

slega i lacci, apre le chiuse, rimette in moto la ruota.

L’arido terreno si profuma di vita,

l’acqua che scorre fa ridere il cuore, scivolando tra le dita.

 

Prima vuoto, respiri senza speranze, senza pietanze,

poi un successo, una notizia, l’attesa,

riempiono le stanze.

Si, va tutto bene, si può continuare, il senso riprende a marciare.

 

Storie da un bambino infelice, stupido, si direbbe.

No. Uomini che amano poco, o forse poco amati.

Perché l’amore, quando lo senti, per un amico, un figlio, una compagna,

spalanca le finestre alla luce, alla campagna.

Viaggia terra terra,

regola gli uccelli del cucù e la cottura del ragù.

 

Ho telefonato a mia figlia

e una botta d’amore mi ha rimbombato tutto.

Sono andato in giardino e ho colto tante rose,

che, sia chiaro, erano lì da prima.

Rosse, rosa, bianche, alcune profumate.

 

Le ho recise,

in un grande cesto di vetro, trasparente,

le ho depositate.

 

Né vuoto né pieno,

Non ho mai amato tanto….

Non ho mai amato tanto… come adesso,

non so dove possa prendere questa forza

che ti lascia assaporare appetibili ricordi,

li riponi edulcorati nello scrigno della vita.

 

Non azzardo e non proviene dal diniego

il respingere la voglia di trovarsi,

non dipende dal comprendere l’invito,

se sia celere riconoscerne l’importanza.

 

I miei figli sono oro e costante è il lor valore,

non c’è spread che possa agire nell’organico

calmiere che riporta discrepanze sui mercati,

ma ripiega desolato alla Fronda del potere.

 

Poi c’è Lei che non risponde, ma partecipe

del dolor che non fomenta con le parole,

ma declina, ad ogni invito, di soccorrere

al bisogno di vedersi e fugge via ritrosa.

 

Ecco mamma che col sorriso mi rinnova

la presenza in un luogo a me vicino, quasi

fosse una porzione di supplizio condiviso,

ma non sa che quella croce è di sostegno.

 

Non ho mai amato tanto e come prece

mi riparo dall’angoscia nel divin pensiero.

Non mi resta che aspettare ricompensa, gioia e vanto 
… tanto ho amato… ma altrettanto ho pianto.

Non mi aspetto quasi niente

Non mi paga questa volta celeste piena di stelle,

non girano giusti né i carri né i cerchi di Saturno:

vorrei ben altre note da questo cupo notturno

non sento grilli e neppur le lucciole vedo belle.

 

Cosa mi manca in una notte di luna piena?

Passano veloci i pensieri neri ma lasciano traccia,

fanno capolino dagli occhi e sulle pieghe della faccia

spariscono distratti dietro il volo di una falena.

 

Domani passerà senz’amore, come data sul calendario,

se non vedrò nemmeno stasera la tua lucerna accesa,

nulla che conti, che meriti un appunto sul mio diario.

 

Vorrei attendere, come fa questo ragno paziente,

chissà se lui è capace di sperare ancora:

io non ho ragnatele, non mi aspetto quasi niente.

Notturno Quinto

Troppi pensieri, senza prestavoce.
Succede, allora, che il sonno non venga,
oppure che il risveglio sia precoce;
aspro e giallastro, come uva luglienga.

Parte la processione dei ricordi:
volti e parole, dalle mille stanze
della memoria, echi monocordi,
sagome che non hanno più sembianze…

Vorrei che non avessimo passato,
che una rivoluzione dei neuroni
scoppiasse, e tutto fosse cancellato.

E il tempo, infine, a furia di ablazioni,
sgretolasse questo filo spinato
che tiene soggiogate le emozioni.

Passa il vento

Ora passa il vento caldo di giugno

lo spirito del tempo che disseta,

consola la terra, il suo digiuno,

sfiora l’erba, chiarore di seta.

 

Nel vigore dei ritmi della vita

piega lo stelo la spiga di grano;

è segno per l’anima smarrita,

che aspetta il gesto dolce di una mano.

 

Muore piano la pianta alla radice,

poi rinasce; è linfa di ogni cosa;

segreto che lo spirito non dice

 

vento dove l’anima riposa

che piega il ramo di una tamerice,

soffia piano sulla nuvola rosa.

 

Per me il sonetto è…

Cos’è un sonetto? È quel componimento,

fatto di endecasillabi, italiano,

perché a inventarlo è stato un siciliano,

adatto a qualsivoglia sentimento.

 

Nacque a metà, più o meno, del duecento

e poi volando se ne andò lontano,

tant’è che diventò “elisabettiano”,

quando Guglielmo fece un cambiamento.

 

I numeri che “spiegano” il sonetto,

sono: il QUATTRO, i punti cardinali;

il TRE, la Trinità, la perfezione,

 

e il SETTE ch’è un totale benedetto

in quanto pare avere doti tali

da porre Cielo e Terra in comunione!

 

Perciò, in conclusione,

chiunque fa un sonetto dà l’avviso

d’avere almeno un piede in… paradiso.

Per non dimenticare 29 Giugno 2009 Viareggio; sono trascorsi 10 anni.

Un tonfo stridente sveglia le stelle,

nella notte d’estate vacanziera,

ed ha-inizio-una tragica bufera.

Da-un sibilo cupo, che-alto ribolle,

 

si gonfia, espande, avanza folle

una nube bassa, di morte foriera;

va per le case che dormono-a sera

e senza pietà colpisce alle spalle.

 

Con laceranti lingue infuocate

rompe le tenebre-un drago feroce,

tutto distrugge con ampie fiammate.

 

Avanza tetro,deciso-e veloce

tra urla, fughe -e sirene straziate.

La città sgomenta-attonita tace.

 

Trentadue vite,distrutte,spezzate…

dall’incuria, una notte d’estate.

Pliommero (Pliometrico gliommero)

Il Fato voglia, mena ed incatena,

di tutto lui poi spoglia di gran lena,

al pari di gangrena infetta tetro

tagliando come il vetro l’ima preda.

Per quanto non si ceda ognora incombe

recando ne le tombe chicchessia;

non ha per cortesia pietade alcuna,

così la luna spinge a dar mestizia.

Chè essa più si vizia più ne gode,

abbacina il custode col riflesso,

l’agnello fesso rode e lo trafigge

con pena che s’infligge senz’appello.

Il Fato fa l’orpello e non si vede,

se crede lede, mica s’affatica;

la foglia de l’ortica, e sia con calma,

sul viso questi spalma e non lenisce.

Così chi lo capisce è sol chi creda

che lui provveda, faccia ciò ci piaccia;

ma si dispiaccia l’homo s’ei si neghi,

pertanto anneghi vano tra l’erbaccia.

Promessa infranta

Plana gabbiano, in tiepida sera
ghermisce nell’acqua torba del porto;
col sole che cala sulla frontiera
trascino i passi col fiato corto.

Respiro sul confine effimero
oscillando, qui tutto è distorto;
le onde e il loro riverbero
i miei passi, il mare, sconforto.

Dentro di me, ora scanso la gente
tra mare di cervello in fanghiglia
rimugino passato e presente.

Sigaretta brucia amaramente;
promessa sporca diedi a mia figlia,
il tempo passa e tutto riprende

QUARANTUNO

La mia età

e quella di Alfieri

l’aveva ieri

quando scriveva

la vita vera

Quarantuno

e un mondo

fatto di sostanza

tutta quanta

quel bimbo morto

e la vita

che poi

sorride

nella felicità

di una madre

perchè la vita

è questa:

sorprenderti

non capirci

proprio niente

ed amarla

come una mamma

Tutta quanta

Quasi al Dente

Quanto vorrei riuscir ad intonare

un gioco non indegno del Maestro

del Vecchio Dolce Stile e Padre Nostro

da poter un tantino avvicinare

 

certo sarebbe solo un canticchiare

sortito da un mio sogno un po’ maldestro

ma intanto cerco Lui nel mio registro

scrutando vele sul Suo immenso mare

 

come vorrei parlarvi della vita

dell’amore del tempo e del peccato

condensando sapientemente i temi

 

in minuscoli eppur fecondi semi

germoglianti sui campi d’un sol fiato

ma la burla purtroppo è già finita

Radici

Canne al vento
la vita
in balìa del maestrale o del ponentino
ma ancorate a radici
l’alfa e l’omega di ogni cosa

linfa vitale per ogni essere

àncora di salvezza

attracco inabissale

Rosei pensieri

Rosei pensieri turbinano lievi,

carezze di petali di velluto

che coccolano l’anima lieti

di un ricordo appena goduto.

 

Scompaiono grigie nuvole grevi,

in cielo sta un divino canuto,

nido di panna per angeli quieti,

Zefiro intona un dolce saluto.

 

Abbandono pesanti armature

e lascio il mio triste sconforto

nella cupa soffocante polvere.

 

Non più dolenti e nere paure,

vela farò in accogliente porto

a ricevermi rosee bandiere

Saluto

T’avviasti titubante la cadenza

Sottratta a tenerezze degl’abbracci

Doglie terrene nunzie di partenza

Si sciolse tenue l’anima da’ lacci.

 

Di passi infermi la fiacca andatura

Nubi di stenti sugl’occhi blu cielo

Ruga d’ambasce e strangugli matura

Mestizia ombrava il pallore d’un velo.

 

Per meta oscura ti sei dipartita

D’enigma incerta che morte sottende

Senza evidenze al destino d’umano.

La vita è spreco dimentico e vano

Corsa a momenti che il tempo non rende

Conati a tessere trama smarrita.

Sbarchi

Le magiche scie di un rametto, il tuo,

sono, figlia, come quelle del jet. Linea

del sogno di volo: una fantasia serena,

quasi, d’infanzia; l’inganno e il vuoto

 

in ogni paragone. So che primavera

ha pure la terra atroce della guerra,

altri voli che tagliano un incanto vero

di stelle nei nostri occhi oltre la sera.

 

Ieri il mare ritrovava, quasi, i riflessi

di momenti luminosi; oggi dimentica

quella superficie di finta pace dopo

 

sommerse radici e bagni per me, doppio

tra un’isola e l’altra. Teletrasmessi nessi

tra barche, rifiuti, sogni. Acqua sfinita

Sclerato ragazzo

Forza sbandieri sull’animo chiuso

giovane acerbo d’onore fasullo,

e percuoti e rubi e ad altro ancor sei aduso

scatti d’istinto, da focoso bullo,

quando coperto ti senti, da ottuso

spasso d’infami amici. Tal è il rullo

che crescer retto ti pare da escluso

sfrontato essere d’intelletto brullo,

sputi calunnia su altrui sofferenza

e non hai vergogna del basso crinale

che a percorrer vai per l’alta violenza:

debordi facile da via ideale

e menando per naso l’umana essenza

presto divieni miasma letale.

Se fiammeggia Notre Dame

Se fiammeggia frattanto Notre Dame
dai teleschermi, e le guglie infuocate
si stagliano tra nubi anodizzate,
sul punto ormai di crollare in un amen,
attende ammutolita e larmoyant
la gente tutt’attorno a man levate
crolli di filigrane consumate
(di stile fatalmente flamboyant)
dalla fiamma che divora impietosa
– oh, mon dieu! – di France la doulce l’icona
secolare, persino troppo iconica…
Non par Parigi sola che risuoni
di quei crolli, ma d’Europa ogni cosa
come travolta da un’onda estuosa.

Se fosse possibile

Se domani tu potessi amarmi

come il cielo ama l’estate

sarebbe l’inizio delle ballate

di un animo che vuole salvarmi;

 

potresti forse anche ascoltarmi

cercando nelle parole celate

quel nuovo lampo di gioie mancate

mentre la luna vorrebbe baciarmi.

 

Credo il sole possa rinascere

nel buio della mia anima stanca

che riflette la paura della morte;

 

ascolto il silenzio del carcere

e penso a cio’ che forse mi manca:

l’amor proprio e lo grido forte

Se tanto bello e inesistente pare

Se tanto bello e inesistente pare
quest’uomo in carne sua che non arriva,
uguale vedo il mio signor da riva
nelle carezze del gelo e del mare.

A ogni donna commuove il suo apparire,
ch’egli è lo Sole, anni luce lontano,
e giammai nacque al mondo come umano.
Ogni notte io l’attendo il suo sortire.

Per te non esiste tempo, non c’è freno
nè esiste sangue o conosci postura.
Vorrei che – amore mio – tu fossi nato

tenerti stretto in un sol corpo al seno.
Quando verrà il mio giorno e avrò paura
salda starei in dolce morte al tuo lato.

Senza raggi

Amor mio che non ti slacci

da questa sì bruciata vita

che pria veste era di seta

e or mostra pezze e stracci

e sgarri lunghi sanguinanti

che pari hanno solo in guerra

oh che pianto a questa terra

ohi che pena essere amanti

E sia ieri che domani

stringe il cuore la paura,

oh mio amore nato morto

oggi il sole non è sorto

senza raggi è la pianura

brulla delle mie mani.

Sera

Un altro giorno invola tra le foglie
degli ulivi ondeggianti sul crinale,
e sulla cima dei cipressi scioglie
la cantilena afosa di cicale

rumorose all’ombra delle soglie.
Si disperdono i suoni nel fatale
scorrere di trame spente e spoglie
di ritorno, una mano un frugale

lento abbraccio allarga dai balconi
verso il cielo screziato di turchino,
stringe l’anima il sogno di visioni

nuove sulle orme note del destino,
mentre ai cortili l’oro dei limoni
largisce al buio note di divino.

Sguardo finito

Guardano nel vuoto, cercando invano

i momenti belli di una vita

d’amore, e seduti su un divano,

taciturni, le mete con le dita

 

accarezzate osservano, provando

per esse un desiderio infinito

mai appagato che vive, ansimando,

in esile corpo e sguardo finito.

 

La bella natura amano e, attenti,

aspettano segni di tenerezza

dai figli per fuggevoli momenti,

 

e, mentre donano loro saggezza

e ricordi, attendono silenti,

con un sorriso, l’estrema carezza.

Siena pensaci … (Sonetto in memoria del cavallo Messi)

Su Piazza del Campo il sole batte forte

non c’è la gente ma l’odore della morte

è sparso sopra tutte le contrade

che Messi più non mangerà le biade.

 

Non mangerà più biade né correrà sui prati

egli morì per svago dei casati

della città di Siena e di qualche viaggiatore

che rimase sconcertato a tale orrore.

 

Or Vi darò un consiglio senesi belli

fate cantuccini e ricciarelli

che a nessuno mai han fatto male

 

il Palio ormai è uso medioevale.

Senza coscienza e senza giudizio;

val più una vita oppure il vostro sfizio?

 

Non voglio creare screzio.

Siam cortesi fratelli di regione

la mia è soltanto un’opinione

Solidarietà

Il vascello che solo fa partenza

errando su di un mare alla tensione

di ignote onde, volge via il timone

a veleggiare salvo in provvidenza.

 

Lo spettro che tu scruti è l’esistenza

che nella nebbia “ adombra ” l’illusione,

tanto uno specchio infranto a convinzione

d’aver campato solo a dar sentenza.

 

Tra nubi sbrindellate di incostanza

la pioggia tra le mani è il tuo veleno,

ma aleggia or ora un’aria di speranza,

 

brama il tuo bene dentro un ciel sereno;

in mezzo al vuoto di malinconia

tendi la mano… troverai la mia.

 

Sonetto al crepuscolo

Nuvole tinte impongono la sera,

costeggiando lente i bordi del cielo,

fregiano sfondi alle gemme del melo,

lembi di sole sfioran la brughiera.

Mi perdo ancora nei tuoi occhi chiari

che penetrano i miei pensieri tristi

rivelando di universi mai visti,

ricolmi di sogni sempre più rari.

Corron gli anni come lepri sui campi,

pressan le mete del nostro gioire,

svaniscono nel cielo come lampi,

eppure il tuo sguardo nel suo fluire

stilla luce che rianima la sera

d’un dì qualunque che sta per morire.

Sonetto d’amore

Tra sentimenti contrastanti

ci siamo incrociati lungo sentieri

impervi e sconosciuti sino a ieri,

bramando di divenire amanti.

 

Inconsci desideri abbaglianti

e i più folli pensieri,

in cielo volavano fieri

come silenziosi alianti.

 

Del nostro futuro siamo gli arcieri

che scoccano dardi brillanti

inseguiti da prepotenti guerrieri.

 

I nostri occhi luccicano scintillanti,

i nostri cuori sono come bracieri,

in nome di amori dai destini orbitanti.

Sonetto della nuvola alla fonte

Vidi una fonte d’acqua cristallina
Sgorgare dalle pietre levigate
Sul fondo d’una carsica dolina
Nel sole caldo della verde estate.

Sulla polla incombeva la rovina
Delle brune pareti abbarbicate
Per miracolo al cielo, ove sconfina
Lo sguardo sopra le fronde agitate.

Ma arde il desiderio che discioglie
La paura del vuoto come cera
In quell’urna di specchio trasparente.

Ne bevvi un lungo sorso avidamente
Mentre in alto una nuvola leggera
correva insieme al vento fra le foglie.

Sonetto per Macerata

Ricordo mar che non deluse mai
le onde mi par di vedere lontano
l’eco di “cocco”, calore umano,
ma c’era tanto amore e l’amai.

Oggi di allora è il domani
Firenze di Macerata periferia
la vita è infinita nostalgia
di tempi, spazi, di volti e mani.

Dal nido sui rami della memoria
spicca il ricordo che mai mente
solca il papiro della mia storia,

soffia lo zefiro di giusta gente;
ed ecco il graffito per la sua gloria:
Cristo è risorto, non più latente.

Sopra ogni dolore

Pongo uno sguardo sopra ogni dolore

di tenerezza, perché so che un giorno

dolce sarà curarlo, antico fiore

lucente sulla strada del ritorno.

La gola è tutta sazia del sapore

di quei ritratti che accendono intorno

l’aria di un mondo andato col calore

dei ramoscelli secchi dentro il forno.

Lenta la sera increspa già di agrezza

le ombre sinuose e i voli senza scampo

e illanguidisce piano ogni chiarezza.

Ma il grano cresce sempre dentro il campo,

alto e robusto, insieme alla pienezza

dei sogni che maturano a ogni lampo.

Tenebra

Colorerai di tenebra il mantello,

cenere si deporrà sui tuoi pensieri,

poi volgerai le spalle al mio castello

e quello che sarò, quel ch’ero ieri,

 

invano cercherai tra quei sentieri

solari come il canto menestrello;

vivemmo insieme un tempo così bello,

sempre, dov’ero io, anche tu c’eri.

 

Crudel destino mi rubò la vita,

a te, mio cavalier, la dolce sposa;

sfuggì la gioia fra le bianche dita

 

ed or la bionda chioma qui riposa,

la profumata stagione è già finita,

come fragile petalo di rosa.

Torna il ricordo

Ritorna sovente in me il prodigioso

fanciullo che sognava sentieri di quiete,

prati di ciel tinti, mare sì oblioso

che rema mille creste d’ariete.

Il colorato fiore ora si specchia

dentro il ruscello fluente che sfiora

l’acqua dispersa come dentro la secchia.

Torna il casolare che ricama

di filati quei dì dentro la casa

antica che il cuore a sé richiama:

come dir la nonna quand’ella rincasa.

Giunge dal vento un canto di filanda

che tesse le primavere, ormai, disperse.

Vanno nel cortile le mille foglie perse.

tre e mezza

luna bianca di nero
un pensiero sorge
vicino al mio petto
quante lune nascoste
da giorni distratti
e opere sfiancanti
lontano da te
penso di tornare al giardino
di notte con te
sdraiati separati dagli altri
penso di tornare più giovane
durante la notte bianca di luna
a parlare con te
ti direi le cose che col tempo ho saputo
ti bacerei la fronte e le mani
in segno del mio rispetto
cadrei nei tuoi occhi
pervaso di –
– e mi prendi
ogni volta più forte
e non mi lasci
ogni notte di più
nella stagione del silenzio
un pensiero che dura per sempre
mentre fuori il giorno muore

Un pensiero dipinto sul tuo volto.

Un Pensiero dipinto sul tuo volto

l’apatia di uno sguardo stanco

languido sole che sa di tramonto

e la tua assenza al mio fianco.

 

Meriggio di un autunno assorto

è onda l’orgasmo veemente

mentre la bruma chiede al Risorto

perdono per il poeta gaudente

 

Cercavo baci in ogni silenzio

dalle tue labbra a sfiorare cielo

e il tuo imene come assenzio.

 

Di pianto sa il calice amaro

di un amore divenuto sordo

non so più chi tu sia ….o forse baro!

 

Una carrucola in angolo d’orto

Una carrucola in angolo d’orto

cigola d’ombra. La ruggine sembra

memoria postuma di sole, membra

battute al tendere d’un tempo torto.

 

Conserva il pozzo d’acqua sorta intatte

stille che s’alimentano di luna

e l’odore di muschio che t’aduna

la notte avanza dal muro di latte.

 

La lingua di basilico e di menta

dura s’è fatta dolce, lastricato

lo sterro, il ferro dell’aratro stenta

 

dietro l’asfalto, ottone lucidato

che brilla senza fuoco e ti rammenta

nostalgiche scintille di passato

Uno sfaglio….

Il vento, col suo fluttuar rombante,

l’animo ancor mi sferza e ancor

n’accora! Sfaglio di neve luccicante

ed un cavallo. Lontano, già il dottor!

 

In mano, come vecchio mendicante,

poca ricchezza ed infimo dolor!

La porto come lectio altisonante

l’umiliazione sol, dentro al mio cor!

Lontana è la paterna sua figura,

cui solo vento e gelo fan contorno!

Ma, quelle pesti non sul suolo sono:

 

nel paesaggio tristo ch’ho dintorno

recan sue stigmate, fola imperitura

d’una mattina e di quel padre buono!

Uomo

Scuotiti dall’ebbrezza, ritorna in te
volgi respiro ivi mitezza d’animo dimora
atto di redenzione divino la conoscenza di sé
uomo intorpidito se non sei dritto , drizzati , ora.

Libera te stesso da te stesso , seduce
l’illusione d’esser onda quando si è oceano,
ignaro intralci la tua ombra volta a mostrarti la luce:
le virtù non glorificano lo spirito , lo creano.

Il mondo è trasformazione, la vita opinione,
ogni cosa ha la durata di un giorno
sia chi ricorda , sia chi è ricordato.

Il barlume divino sopito in te fa eccezione
alla fine di tutto alla fonte farà ritorno
perché non è di tuo dominio ma ti è stato donato.

Ventun marzo

A mia nonna Elide

Vien voglia di sorridere e cantare

sognando un nuovo amore in primavera,

pregare per chi c’era (e chi non c’era)

posando fiori freschi sull’altare;

vien voglia di allungare l’orizzonte fino al mare

per fare della brezza una bandiera

che sventoli tra i banchi della fiera

portando odor di miele e spezie rare;

vien voglia di far tutto in primavera,

dipingere una scena sulle nuvole del cielo

fingendo che sia vita,

dimenticare il lutto,

ma dietro ad ogni zelo

è aperta la ferita.

Viaggiatore solitario

Sfilano
all’orizzonte
imponenti nubi
ancora gonfie
di burrasca
appena sparsa.
Per l’aere
calma oramai
ancor l’odore
mentre tutto s’abbruna
su le acque e tra le fronde
il vento s’arrende.
Mira
dall’esule rifugio
viatore solitario
e intanto il pensiero vola
alle dolci chiome
di un lontano amore.
Abbozza
sull’avvizzita bocca
un fievole sorriso.
Dal socchiuso ciglio
germoglia
fuggevole lacrima.

Vinum Æsinum

Tacciono ordinati i filari e strisciano
a ingentilir tra castelli i colli æsini;
al sole consacrano i pampini
cornucopie madide
d’agosto.

Dal grembo di Semele traboccò
alla stirpe umana
e vivido il pensiero tempra
per vibrar d’annose arpe
le corde.

Mesceva i vasi dei simposi,
gorgogliò ciarliero in salotti,
il vetro tinge di spogli caffè;
effimera è nell’io
cagion di gaudio.

Adduce dovizie e certezze offusca
l’inchiostro delle Scritture;
coll’olio effigia nell’opere grandi
nobiltà e affanno.
Strascichi annoda d’istanti
trangugiati già dalle brocche
delle virtù.

Coi vizi macchia le mense dei re
inebriando esangui membra
che glorie magne divorano
a lume di varchi
e fugaci salti.

Le valli decanta
quiescenti.

Zanza

Seduto

fori all’osteria stavo,

a ber un fresco vinel che l’oste

compiacente rabboccava,

traendo piacer da quel fresco venticello

che per le viuzze del centro la sera si incanala,

a rinfrancar dalla diurna calura.

Quand’ecco pigra e goffa una zanzara

si posò sul mio avambraccio

facendosi strada tra la folta peluria.

Mi fissò negli occhi, mi puntò e mi punse.

Ti vedo e ti piango, Zanzara mia.

Spartirem domani

i postumi di una sbronza.

Zucchero sulle mie insicurezze

Un empireo di nostalgiche stelle
come parole in un sogno si sfuma,
l’anima nutre e le certezze consuma
dolcemente, al pari delle caramelle.

“Dove corri o mia fata ribelle,
che m’hai donato un vestito di bruma?”
La paura stuzzica sul capo la piuma,
che al cielo turchino si prostra imbelle.

“Leva il tricorno!” sussurra il mio astro,
che un piccolo uomo non può sfidare
il destino intrecciato sul nastro.

Ma un principe non si può inchinare
sulla soglia del più cupo disastro.
“Sino alla mezza fatemi sognare.”