Archivio Sonetti
Amore sine poena
Qualor ritornasse il divin poeta
A visitare dei perduti il regno,
Direbbe d’ altri e novelli peccata
Dei quali avrebbe rinnovato sdegno.
Non più rivedrebbe focosi amanti
Ire allo sbando per pagare pegno,
Ma uomini e donne soli e vaganti,
Anime ove l’amore non ha segno.
Molto è mutato e manca l’attesa,
Connessi sempre nell’aer trionfanti,
L’amor nulla più costa e nulla pesa.
Non v’è legame che a lungo perduri
Non più sospiri né lacrime e pianti,
Aggiorni il profilo e altro non curi.
Amore tra le siepi
Due giovincelli in cerca di effusioni
si danno, tra le siepi, appuntamento.
Lontani dalle luci dei lampioni,
I loro cuori sono già in fermento!
Nel mentre fanno il pieno di emozioni
si ferma un contadino in quel momento,
un uomo rude e grosso coi baffoni
che dice: cari amici son contento
che stiate qui a godervi l’avventura
però vi prego: attenti ai palloncini,
le mie bestiole vanno a pascolare!
I polli miei si possono strozzare
è già successo a causa di cretini
che della terra mia non hanno cura!
Ma tra le vostre mura
potreste star tranquilli e più al sicuro,
a scanso di incontrar qualche figuro!
Assenza
A tratti dal biancore, qui, del nord,
fin oltre le montagne sembra salir la luna
e solo per un attimo brevissimo
forse congiunge me, te ed altri come noi
o forse i fili miei, tuoi o altrui recide.
Nel paese che ha il cuore nella notte
e che il Natale degli abeti fa brillare
complici campanili, cime, gabbie
di passaggi a livello illuminate,
sei un peso più lieve sui rami delle dita.
Come neve, come acqua e infine aria
tu non sei più se non essenza
e provo assenza non di te,
ma del tuo amore.
Dicembre 1985
Attese
Morirò solo così come sono nato,
come un verso non compreso,
come un racconto sospeso.
Si morirò solo,
avvolto dall’inquietudine dell’assenza.
Sepolto
come un avverbio pruriginoso,
tra parole inconcludenti.
Dozzinali affanni, attese,
a volte dolori, arcuati come silenziose campane
verranno via con me,
come filo sottile di mosche intrecciate tra loro.
Non ci sarà la tua mano materna
a sorreggermi nella disperazione muta,
ne la tua ostinata e caparbia comprensione,
non più!
E di questo in quel tempo lontano, ingrigito tra pareti
solitarie tu ne eri già conscia,
come del resto io.
Austero concentrato di falene
E quell’austero concentrare di falene,
pupillabisso di pianeti naufragati
nello scalo delle iridi violacee
a puntofisso, rimarginanti attese,
era solo parziale posizione di lunari capovolti,
e antichiese e schiene di risvolti,
sintesi esegetica di periodi e frese
e tibie attorno a bottiglie verdi
in abbandono,
il buiobalena leva l’ancora oltre i denti torti
ad ultrasuono, sul biancheggiare di breviari rotti,
stai serena che nessuno ti raggiungerà
oltre gli sbotti d’uggia delle mareggiate,
oltre la dinamica a sfere roteanti delle coste,
nessuno mai verrà a devastare il muro,
ma erano sere che pensavo a me,
anticadavere tra tanti
dentro fragranti villaggi di polene senza mostre,
oltre il sentiero scosceso delle iene,
nel verde, ad ascoltare il silenzio duro dato
dall’austero concentrato di falene.
Avrei sentito la traccia piccante
Avrei sentito la traccia piccante
delle spezia robusta nel sugo del dolce
che ogni giorni mi lasci, che io mangio distante,
centellinando ogni grano, ripensandoti a scorze.
Al contrario, fantastico di briciole minute, croccanti
spumeggianti in aria, in aria svanite
se mi lasciassi, teso e convinto, con le braccia in avanti
in uno sfracellio rubizzo, e , semplicemente, le cose sarebbero finite.
Quella risposta che io cerco, cerco molto,
che poi dico di afferrare, di quando in quando,
è gelida e infantile come un quarzo.
Per questo sono certo che al freddo di dicembre
potrei opporre quel bruciore salato di sempre
di cui in fondo, in fondo, sono fatto.
Axel
Scrivo per Axel,
la torta del tuo matrimonio,
le due figurine in cima
che cantano, che urlano
e intorno tutto brucia.
Oh Dio, mio Dio!
Che fetore intorno
che nozze sbagliate,
il sole è caduto
e i vetri sono andati in frantumi.
Ricordi Sara
che nozze sono state le nostre?
Il mare era quieto
e la nave scivolava veloce,
poi la notte
ci ha colti ubriachi
su quella spiaggia deserta,
ma non ci siamo mai mossi di qui, in fondo,
non è vero?
Sempre qui a cucinare
cibi surgelati,
ad arredare le pareti
a rispondere al telefono.
Dalle finestre chiuse
entra ancora il vento,
bisogna aggiustare le fessure,
chiudere i buchi, le feritoie,
ingessare stuccare coprire
affinché l’aria che si respira
sia sempre più buona,
più buona
come la torta che ci ha sposati,
a strati sempre più piccoli, ricordi?
Era proprio buona quella torta
dolce e amara
come si conviene
allo spirito di questi tempi.
Star chiusi qua è un’armonia,
e se qualcuno dovesse vederci
useremo la maschera migliore
quella che ride,
è più conveniente,
sembrerà che tutto vada bene,
noi due, lì ,
sotto un’abat-jour qualsiasi
a sorridere
come annunciassimo nuove nozze
o esortassimo all’idillio
all’unione eterna.
Ora ti lascio
ho troppe cose da fare,
c’è la tappezzeria da ricucire,
il tavolino che scricchiola,
le lampadine da cambiare,
la finestra da aggiustare,
tutte cose che voglio fare io:
ci vuole accortezza, presenza,
un senso acuto del necessario
altrimenti
tutto rimane storto, usato,
drammatico;
invece bisogna pulire, aver cura di tutto
e allora avrai intorno
una grazia quasi comica.
Dovrebbe essere ancora giorno,
lo sento intorno il giorno,
è una morsa di lavoro
che ti prende, il giorno,
il sole penetra sicuro dalle fessure
e tutto sembra utile,
anche la tua ombra,
anche le dita che coprono la mano.
Il lavoro sulla cultura
è da ultimare,
ho ancora migliaia di libri
da consultare
e poi potrei anche stancarmi
e decidere di morire prima,
prima d’aver saputo tutto,
tutto il necessario
per essere immortale.
Azzardi di felicità
Le rotaie assetate di volti
hanno il suono del lavoro di vite spese,
il sapore di anni non colti,
di primavere arrese alle attese.
Spumano di luci i camini,
sono miraggi dagli occhi aguzzi
di ridenti e ignari bambini
lontani dall’inverno dai malinconici schizzi.
E nel momento in cui di bianco
si copre la vista
di un distratto pianto stanco
in ogni tentato arranco
s’insinua una bellezza imprevista
che ha le sembianze di un cuore franco.
Bacio il sole d’un tedioso inverno
Bacio il sole d’un tedioso inverno
e il gran desìo di sostar in cielo
con la luna e il suo candido velo
tra le nubi sul limitar dell’eterno!
Mirar nell’orto sul fremente melo
volar un pettirosso senza scherno
e accarezzar d’un mattin fraterno
un sorriso fresco di vangelo!
e assaporar il gusto dell’istante
del pane sbriciolato ai cardellini
e tutto quello che resta del dolore
e di febbraio i giorni dell’amore
e il candore dei cuori ancor piccini
che splende rosso come sol calante!
Beat
Quando tutto è spento,
quando c’è il silenzio,
ti penso.
Uno scatto fisso,
odio amore misto,
ti sento.
Ancora nel tempo,
come acqua vento,
ti detesto.
Ma è nella notte,
che il cuore batte,
si sente.
Bianco
Bianco, se piango, o semplice stupore;
oppure intenso sguardo che distoglie,
abbaglio della notte che si scioglie
d’inverno, bacio freddo di vapore.
Bianco, se dormo, luce dalla strada,
o squillo del mattino che mi sveglia,
lama che acceca il sonno, prima veglia,
d’estate, quando il gelo si riposa.
Bianco universo, stanco, vuoto, intenso
dubbio, che forse esiste pur qualcosa
o forse sono io che la nascondo.
E tu candido bianco appari immenso
a ricordare un Dio che a volte posa
lo sguardo suo dal cielo verso il mondo.
Brilla la luna e cantan le stelle
Avea lo sguardo languido, intanto
che lo rivolgeva al cielo nero.
Nulla, attendeva, nella sua danza,
d’esser, capiva, del mare, un’onda.
Di spuma candida, la lunga veste,
dolce libellula, figlia del mare.
Cresce la notte, alita il vento,
s’è addormentato or il silenzio.
Brilla la luna e cantan le stelle,
nell’orizzonte, verosimil finto.
S’eleva, nell’incanto d’arabesque.
Le voci s’appropinquan, di sirene,
d’Angeli, s’ode, superba, l’orchestra.
Vivi plausi, dalla sfera celeste.
Brucia il mondo
Colto in cielo in un tempo ormai remoto
Dell’uomo il fuoco ha bruciato e brucia ancora.
Ed or ch’è giunta la fatale ultima ora
Per questo mondo, brucerà soltanto il vuoto.
E noi mortali, volgendoci all’indietro,
Lacrimeremo su quello ch’è già stato,
Ché da granelli di sabbia sopra un prato
Sarem, nel nulla, solo pezzi di vetro.
E tu Prometeo, tu Istinto, tu Ragione,
Che qui mi porti, fin a cantar di te:
Perché non ardi e cedi a quell’inferno
Dell’alta fiamma del tuo nobile Ingegno.
Se tutto bruci, allor dimmi perché
Bruci tutto… fuorché la tua prigione.
Caducità estive
Riverbero di sole sull’asfalto
abbaglia l’occhio che difesa cerca,
guizza dietr’un sasso la lucerta,
incerto l’aquilone vola in alto
mentre l’onda ratta col suo salto
infrange dei fanciulli attese sacre,
abbatte l’ultimo castello, alacre
frutto d’ingenuo zelo, l’assalto
è cieco distruttore. Sento odore
salmastro dacché spumeggiano l’onde
e lavano invano anche quel dolore.
Vibrando le cicali tra le fronde
ombrose friniscon, ma ormai logore
taccion giacché il sole già s’asconde.
Cadute
Chi non è mai caduto, nella vita?
ma niente drammi o mortificazioni,
perché in fondo uno sbaglio, una ferita,
qualche ricordo, un po’ di escoriazioni
-di pelle o di emozioni- anche brucianti,
possono pure ben rimarginare.
Basta che, senza il graffio di rimpianti
a riaprire memorie sempre amare,
senza gravare il peso dell’errore
con l’eco di rimorsi e di lamenti
tanto pungenti, troppo logoranti,
sappiam trovare in noi, nel nostro cuore,
nella fede e nei nostri sentimenti,
la forza per rialzarci e andare avanti
Canto dell’amore lontano (Antonio Machado a Pilar)
Scorrono nelle vene vele e vento,
del tuo sangue l’arioso movimento,
nel tuo sguardo si slargano orizzonti:
mari lontani ed azzurri monti.
Come rifulge il tuo corpo ondoso,
è una limpida acqua dolce e fresca,
un soave frutto, una tenera pesca
da cui stilla un succo melodioso.
Esigui, il venerdì, gli appuntamenti
a Madrid nel cantuccio del Caffè.
E poi a Segovia i ritorni dolenti,
immaginando che tu sia con me
in notti di Castiglia sorprendenti
di silenzi e di stelle rilucenti.
Canto dell’amore negato (Cesare Pavese a Constance)
«L’ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla»
Pavese, Incontro
Le tue mani hanno sentieri segreti,
valli profonde come l’alto mare,
segnali di sconosciuti alfabeti
che non riuscirò giammai a decifrare,
le tue mani sono intrecci di reti
intricate inabissate nel mare,
le tue mani sono boschi irrequieti
in cui svaniscono le mïe care
esplorazioni di terre ridenti,
e la ricerca di aperti orizzonti,
come lontani e grandissimi vènti,
sono balenio di sempre nascenti
miraggi di irraggiungibili fonti
di fresche e serene acque lucenti.
Canzone di Serenella
Ruscelletto che sussurra,
fronda fresca che stormisce
da lor nacqui la stagione
in che il bosco rifiorisce.
Serenella è il nome mio
che mi diede un giorno il vento
che spirava denso e caldo
nel meriggio sonnolento.
Gli uccelletti spensierati
dei miei giochi sono amici
e se canto la mia storia
con me cantano felici.
Quando il cielo si scolora
nella fredda notte nera
mi addormento insieme ai fiori
per sognare primavera.
Finché ancor sorride il sole
e rugiada fresca beve
e mi sveglia dolcemente
dal mio sonno lieve lieve.