Archivio Sonetti

Del mio amore

Stelle vedo fremere alla pia luna
stelle che i tuoi occhi hanno consumato,
carezze ho sepolto ad una ad una,
fragili ombre d’un giogo disperato.

Visione che notte e fuoco raduna
nel buio cielo febbrile ed usurato
brivido di ricordo che ora abbruna,
balsamo lieve sul corpo spossato.

Nel tedio è nato l’aspro mio dolore,
di fantasie ho lenito la sera
lambita da dissecato languore.

Che cosa è mai stato del nostro amore
spinoso di crucci di cruda terra?
Dissipato… tra spasimo e tremore.

Dell’amore e di altre sventure

Il giorno che ti ho visto, era di sera
e me ne stavo in piazza spensierata;
le sue dita di pesca, innamorata
spargeva intorno già la primavera.
Tu stavi fiero in groppa alla Gilera
e mi hai bruciato il cuor con una occhiata:
cercavo di non fare la sfaccciata
ma ti ho subito amato, son sincera.
Quale pianeta intorno al sole ardente
o come una stellina tramortita
fra mille, vado sconsolatamente
cercando la tua luce. Son finita
là dove il cosmo si dissolve in niente;
Volano i giorni come paglia trita.

Democrazia

Se sol’ uno comanda è Monarchia:
unico volere quello del sire.
È governo di pochi l’Oligarchia,
con tutti gli altri a ubbidire;
quando eccede diventa Tirannia:
soprusi e danni a non finire!
Potere al popolo, Democrazia:
questo sì! è meglio. Lasciami dire:
ogni cittadino vota e sceglie
chi lo rappresenta e lo governa,
chi fa ogni bene e nessun male!
Ma… se ci si sbaglia e si presceglie
chi arraffa, imbroglia, ci squinterna….
Allora il disastro è totale!

Demoni

Riesco a percepire
un vuoto smisurato
che voi chiamate lutto
e che mi uccide dentro,
poi stermina sorrisi
cercando di rapirmi.
Eppure sono vivo,
scampato a strade impervie,
segnato ma mai domo,
dopo una lunga lotta
che ha vinto i miei fantasmi.
Le lacrime che bevo
mi furono avversarie,
per mesi, giorni e anni
sembravano fuggire,
ed ora sono qui,
mi scorrono sul volto,
mi dicono parole
e bagnano il mio cuore.
E se mi volto indietro
è per testimoniare
che è stato un bel cammino
scoprire il mio me stesso.
Ma ora io lo so che
i demoni bastardi
che tengono il tuo laccio,
ti serrano le braccia
non posso eliminarli,
è tua la lotta, il fato,
il cuore e la passione.
Ti possano guidare
assieme alla tristezza
di tutto questo tempo,
di un letto così vuoto,
le immagini radiose
dei quadri di Van Gogh,
di un principe e una rosa,
di un film che non finisci
e di tutti i caffè
che non hai più bevuto.

Di Giugno gran riposo noi bramiamo

Di Giugno gran riposo noi bramiamo
nell’afa del solstizio che martella
di corsa noi partiamo da Milano
a Roma poi imbocchiamo la bretella.

Affranti e disperati in fila andiamo
sia che in città che verso Spiaggia Bella
e litri di gassosa poi beviamo
sperando di sanare le cervella.

Sapreste dirmi se ha davvero un senso
quel  gran fuggire ancora contro al tempo
che questa vita un giorno ci ha donato?

Non voglio più sentirmi un can braccato
io spero torni ancora quel beltempo
e tolga a questa vita il suo nonsenso.

 

Dialogo con la vita

Ho una discussione aperta,
Che mi lacera.
Mentre guardo la finestra
Sento che mi macera.

La sua dialettica è così persuasiva,
I sui propositi così genuini,
Lei così allusiva,
Con i suoi progetti così divini.

Ma io resto diffidente.
Ho paura che sia una farsa,
Che mi dia un colpo dolente,
Che mi renda, sulla scena, una comparsa.

Cerco di comprenderla,
Ma forse sarà già finita.
Imparerò mai a godermela?
Questo è il mio dialogo con la vita.

Diluvio univerbale

Piovono dentro ventotto lettere
“Qual’è il tuo nome, gran meraviglia?”
Ma le mie labbra ne fan gozzoviglia
E le trattengo e non so dove mettere

Undici sillabe fan capolino
“Ehi tu bellezza stasera che fai?”
Ma l’eleganza mi dice “sia mai!!”
Meglio qualcosa che sia più carino

Ora mi guarda e profuma di sole,
ora sorride con occhi di miele
Lei si avvicina, mi sfiora un pensiero

Frullo discorsi, ma niente davvero,
Al sentimento rimango fedele
ma vince un “Baciami”  su mille parole

Dio degli atei

Abbiamo un castigo assoluto
Dio incompiuto degli atei,
tensione di un destino finito,
vizio e virtu’sulle nostre coscienze
senza il riscatto della provvidenza.

Angeli sconfitti senza speranza
tra confessioni fatte a pezzi di terra
poveri caini sleali e visionari,
il male e la profezia in un dito,
nessun messia sopra il cielo
sudario della nostra miseria
serraglio impetuoso del divenire.

Ma in ogni disperazione umana
c’e’sempre bisogno di un Dio
che dia senso al possibile,
c’e’un grido che scuote la croce
che vibra improvviso da dentro
e s’affonda in silenzio nel dubbio.

Dio degli atei,immagine tesa
consola anche noi, lontani
dallo scampo eterno del sacro
e salva anche noi, colpevoli
di non avere alcuna fede.

Dolce orecchio, accogli le giuste lodi

Dolce orecchio, accogli le giuste lodi

“Le braccia fresche, gli eleganti modi”

Per tutto questo e quant’altro ancor odi;

Contemplati insieme a noi e con noi godi!

 

Splendido occhio, il severo tempo preme

E al sol pensiero l’anima mia geme,

L’umil pensier che al pensar di te freme

Prigionier delle tue beltà supreme.

 

Mano d’ebano dal mirabil tatto,

Non t’insozzar volgendo all’umil volgo

La misericordia delle tue cure:

 

La vita scorre e anche s’io me ne dolgo

Terminerà presto o tardi il tuo tratto

E non sprecarlo per le vil creature!

Dopo la pioggia il sonno. Soffia la pioggia alla finestra.

Odo il calore del termosifone,

seduta inerte al banco vuoto,

ad assaggiare the alla menta;

mentre brulicano voci stordite,

un tuono balza nella testa.

 

È il mercato delle banalità,

dove i diritti pagano i bisogni,

e in tv volano alti gli insulti,

scordandosi le fughe dei cervelli,

da campi poveri di grano,

mentre la fame vive in città.

 

Sotto ancora lo stesso cielo,

il giorno segue il passo umano.

Dorme sulla sedia il padre per noia.

Dove sei?

Stanotte all’improvviso mi sei apparsa,
muta e solinga, mentre insieme con noi,
forse tua madre d’essenza cosparsa,
mi s’avventava contro a mo’ d’avvoltoi.

Di colpo dalla vista sei scomparsa
e innanzi si son parati con vassoi
venditori di strada, ch’avean sparsa
la loro merce per stretti corridoi.

Or ecco una sola strada, riarsa
di sterpaia secca e bizzarri serbatoi
che conduceva forse a te, m’è apparsa.

Da cipressi alti e verdi cosparsa,
sembrava senza fine, mentre dei buoi,
lungi, brucavan l’erba arida e scarsa.

E chissà se accanto è come adesso

E chissà se accanto è come adesso,
che ti scrivo i sorrisi che mi accendi.
O magari al vederci avremmo smesso;
tu lasciami sperare che comprendi.

Sei tante cose e io mi sento poco:
non lasci che lo dica ad alta voce.
Mi chiedo se non sia soltanto un gioco
ed è rischioso, ho il battito veloce.

Non dovesse piacermi il tuo profumo,
ti prometto che no non scapperò:
come con te non rido con nessuno.

Non chiedermi di più, non lo farò;
ma tienimi finché non mi consumo,
perché lo sai, se m’ami t’amerò.

E questi giorni

E questi giorni – ammutinati al Cielo
dal grigio srotolato fino al suolo,
e queste notti – dal continuo basso
senza la melodia strappata al mondo.

E tu – che gli occhi tieni crocifissi,
dopo che han visto di Cassandra il lume,
e io – che provo, senza più risorse,
a raccontarci favole d’amore.

Urla l’infame bestia all’orizzonte,
si sente l’eco della carne aperta,
mentre dell’odio ci raggiunge il fiato.

Le incerte viole fuggono dai fossi,
le rose hanno i boccioli già marciti,
noi: aspettiamo il prossimo bagliore.

È tutto così squallido e lontano

È tutto così squallido e lontano:
la gente, il paesaggio e questo istante
che vela di un riverbero innocente
l’atroce vanità del gesto umano.
L’uomo che muore ha palpebre di vetro
e si spegne in un pianto di bambino
e travalica l’attimo vicino
e crea con il suo verso un nuovo metro.
L’uomo che muore non ha più sostanza
nessuna briglia stringe la sua mano
labile ha solo un’eco di esistenza.
Assaporando l’attimo di assenzio
evapora nell’orizzonte vano
del lungo giorno memore in silenzio.

El posto / Il posto

For sto posto dal turismo de màssa,

sta rarità che sempre rovinerà.

Schei non se porterà in qualche càssa

almen el sarà belo, è preservà.

 

Parchè interessi, moda tuto scàssa,

quanti bei posti ormai ié sta guastà,

resta sol cemento, sgaiule e ariàssa,

ci ama la belessa, ciò ben el le sà.

 

La natura gran meraveie la creado,

ma la bestia, che ga la conoscensa,

l’omo tuto in peso la cambiado.

 

Capemola sta antica sacensa,

“El mondo dai nostri fioi ne prestado”,

quindi rendemoghelo con cosciensa.


Fuori questo posto dal turismo di massa,

questa rarità che sempre rovinerà.

Soldi non si porteranno in qualche cassa,

ma almeno resterà bello, è preservato.

 

Perché interessi, moda tutto scassano,

quanti bei posti ormai sono stati guastati,

resta solo cemento, immondizia e ariaccia,

chi ama la bellezza, ciò bene lo sa.

 

La natura gran meraviglie ha creato,

ma la bestia, che ha la conoscenza,

l’uomo, tutto in peggio ha cambiato.

 

Capiamo questa antica sapienza,

“Il mondo dai nostri figli c’è stato prestato”

quindi rendiamoglielo con coscienza.

Elizabeth Siddal

Separati Ofelia dai fiorami
in profluvio dalla tua vestaglia,
affìdali all’onda di trapunta
pesante per il sonno che t’intride,
ti cala a fondo nel letto fluviale,
verso il largo sospinge la sveglia
finché durano le ore ignare
finché ti avrà scordata il sole.
Abbandona l’istinto della veglia
quando arriva come un laudano
di ogni giorno l’11 Febbraio
per le labbra che affiorano schiuse
mentre stai affrescando al soffitto in un’effigie tutto il vissuto.

Ennio Pino e Diego

Tre magnifici tre, uniti ora dalla misma suerte
tanto alla musica, han dato e al grande calcio
presto hanno avuto accanto la sorella muerte
traditi da quel cuore che ha creato sì intralcio!

El pibe de oro di cui fiero il popolo argentino
ha realizzato il sogno dei poveri del mondo,
spesso la sua vita è stata un ripido aventino
ma sul prato verde ha creato un finimondo!

Di nome Pino,  il grande Daniele le sue paure
con le note, meglio ancor che coi pennelli
dipinse Napulè, i suoi rioni e le sue creature
un quadro pieno di magia con colori assai belli!

Chi, se non Ennio a dirigere lassù  il mesto coro
archi, violini e arpe per suonare il triste adagio
per solcare il viale del tramonto insieme a loro
come piccolo stormo di uccelli uniti in viaggio!

Er Più

Noo sconosciuto pe rione, me viè incontro, je dico: “Che volete?”,
“Devo fa na consegna a er più, che a solo lui compete”,
“Pe quanto ne so io, mò nun ce stà, ma tra ‘n par d’ore haddà venì a magnà.”
“N’antre du’ ore? Vengo mò dar municipio,
sortanto a dì d’er più, se ne sò annati, dannome er ber servito.”
“Nun vangustiate, qui nun se move foja, neppure ‘n ramoscello,
se se cuceno la bocca, è solo pe paura che viè a sapello.”

Ecchetelo che t’ariva tutto acchitato,
co’ ancora ‘n bocca er sighero mezzo smorzato, mezzo ciancicato,
tutti che lo saluteno levannose er cappello,
facennoje l’inchino, come se fusse er padreterno!
Je stà annà ‘ncontro, je dico “Indovai? Te devi mette ‘n fila se voi parlà co’ lui!
Me raccommanno, cerca da stà attento, se sbaji na parola, te manna ar camposanto.”

Ariva er turno suo e se lo trova avanti, scrutannolo da capo a piedi, come alli delinguenti,
metteva na paura solo a vedello, cor cinturone, l’orologio a cipolla e na catena d’oro inturcinata ar collo.
Je dice “Dimme chi sei e chi te manna e cerca da fà presto co sta consegna.
Te dico prima de mò, se nun me stà bene,
ciò qui er cortello pronto, pe’ entratte nelle vene!”
Je dice: “Scusate tanto se vò disturbato, sto qui pe davve ‘n plico,
è la padrona mia che m’ha mannato.”
Apre sto plico, vedo l’occhi che je sfavelleno,
s’arza de scatto, se porta appresso er plico, dicenno “Mo aritorno.”

T’aritorna tutto ‘mprofumato, sembrava ‘n painetto tutto smielato,
strilla come n’ossesso ”Preparate er calesse che ciò da fà!”,
lo porta assieme a lui senza fiatà.
Na vorta arivati, la padrona ie và ‘ncontro, tutta immerlettata pronta pe fa lo scontro.
Sò solo che passate ‘n paro d’ore, quanno chè uscito fora, je dava der dottore.

Sembrava mezzo tonto, tutto sderenato,
d’er più nun ciaveva gnente, sembrava ‘n disgraziato.
Se vede che la padrona j’ha fatto ‘n ber servizio,
pe trasformallo come n’omo senza giudizio.
Parleno tanto de lui, che nun se piega mai,
che nun esiste gnente, a paragone a lui!
Lui è er più forte, er più astuto, er più de tutto,
ma è bastata na mutanna, pe rennelo n’ometto.

Cè solo na cosa ar monno che commanna,
ponno casca li ponti, rimane sempre a galla,
nun ce sò re che tengheno, ne principi ne imperatori,
je basta facce ‘n fischio e diventamio tutti lumaconi.

Morale della storia: pe chi nun l’ha capito,
quanno te chiama na lei, nun ce so più che tengheno,
se tratta de matanne, puro se è sotto forma de invito…